Vita Trentina – 25.8.2002
Nel mondo globalizzato di inizio terzo millennio il comandamento “non rubare” è certamente tra i più attuali. Senza ovviamente nulla togliere agli altri nove, il settimo ha quell’evidente risvolto economico che lo rende applicabile ad un’infinita serie di attività umane caratteristiche del nostro presente. Non che l’economia sia necessariamente il regno del furto, ma tutti sappiamo che è comunque in quell’ambito che prosperano le ruberie più grosse, anche se magari meno percepite.
“Non rubare” è comandamento attuale nell’ottica dei rapporti tra le diverse parti del mondo, tanto che il missionario bolzanino in Brasile, don Ermanno Allegri, si chiede stupito come mai “le chiese non abbiano ancora cominciato a elaborare una nuova etica sul ‘non rubare’, come anche su tutto il senso della vita e delle relazioni umane nella società globalizzata. Così – mette in guardia – la religione neoliberale ha occupato lo spazio e ha già fissato la sua etica: ha ragione ed è benedetto chi ci riesce… chi ha successo può stare tranquillo e godere la vita”.
Parafrasando questo messaggio brasiliano viene da pensare che anche la religione del libero guadagno abbia i suoi comandamenti e che essi non siano precisamente in sintonia con quelli mosaici. Se il primo può essere pure “non avrai altro dio all’infuori di me” (intendendo il denaro), il settimo non è contemplato se non nella forma “non farti sorprendere a rubare”, poiché in realtà il semplice “non rubare” non è affatto in contraddizione con l’obiettivo degli obiettivi: “accumula beni e denaro”.

Nella ricchezza (che non è sinonimo di furto, sia chiaro) c’è sempre qualcosa di strano, di inspiegabile, quasi di sospetto. Non tanto per la ricchezza in quanto tale, ma piuttosto per il fatto che, accanto ad una ricchezza, ci sono sempre (vicine o lontane) molte, troppe povertà.
Il professor Wolfgang Sachs, pensatore tedesco dello sviluppo sostenibile, parla addirittura della necessità di passare dalla “lotta alla povertà” alla “lotta alla ricchezza”. Anche se già nel vangelo troviamo proposto il tema della compatibilità tra la ricchezza e la Verità, nessuno se la vuol prendere qui con le persone ricche. Semplicemente, dice Sachs, finora si è pensato che la “torta” delle risorse economiche “potesse crescere all’infinito e che potesse nel tempo essere distribuita fra tutti. Oggi però la torta non cresce più, nel senso che i limiti eco-sistemici del pianeta impongono limiti allo sviluppo… La ricchezza che conosciamo è strutturalmente oligarchica, e non può essere democratizzata se non sacrificando la Terra. Ecco perché la ‘lotta alla povertà’ deve essere riconvertita in ‘lotta alla ricchezza’”. Se ciò non significa dire che la ricchezza (quella esagerata) è un furto, poco ci manca. Non è in seguito ad una disumana distribuzione delle risorse che milioni di persone sono derubate non solo del pane, ma del futuro, della vita?
Chi ci ruba il tempo?
Oggi, pare, c’è maggiore disponibilità di tutto (la famosa “torta” che si allarga). Anche di tempo. La vita media, per cominciare, si è allungata a dismisura rispetto a non molti decenni fa. Naturalmente si sta parlando dei Paesi cosiddetti sviluppati, non certo delle diverse zone del pianeta in cui le speranze di vita fanno fatica a superare i cinquant’anni. Noi viviamo di più. Non solo: rispetto ad una volta anche l’orario di lavoro si è ridotto, almeno per quanto riguarda il lavoro dipendente. La comparsa del “tempo libero” è considerato un fenomeno particolare della nostra civiltà postindustriale.
Non so quanto bene faccia alla salute mentale delle persone esasperare la distinzione tra lavoro e tempo libero. Non tutti infatti la prendono con umorismo come chi disse: “Mi piace il lavoro: posso stare seduto a veder lavorare per ore intere…” Per altri il lavoro diventa un peso e il tempo libero un miraggio che quando si realizza mette a disagio. Per farla breve: se è vero che il tempo a nostra a disposizione è aumentato è anche vero che la nostra sensazione è quella di non averne affatto di tempo. E’ come, per tornare al tema del furto, se qualcuno ce lo “rubasse”. La vacanza? Come comincia è già finita. Il fine settimana? Passa in un soffio. La vita? Corre e non ce ne accorgiamo. Chi ci ruba il tempo?
La nostra civiltà, a pensarci bene, non educa a fare i conti col tempo. Essa ha paura del tempo che fugge perché ha perso il senso (non crede) dell’eternità. Non sa cosa farsene del passato, stenta a guardare con fiducia al futuro, rendendo spesso invivibile ed inumano il presente. Chi ci ruba il tempo?
Furto di fiducia speranza
E perché mai si dovrebbe guardare con fiducia al futuro? A chi ha dei figli piccoli sarà forse successo di cambiare canale o di spegnere la televisione ascoltando i titoli del telegiornale. Per non trovarsi a dover rispondere a domande imbarazzanti sulla guerra, sulla violenza, sull’idiozia umana che infarcisce ogni notiziario per quella metà che non è dedicata alla bega di turno nei corridoi della politica.
Lasciamo stare la stampa, che a volte risponde a logiche economiche o di audience (o di partito)… Ma la politica ha il compito proprio di costruire il futuro. Un futuro migliore per tutti. Lo so, non è questa l’immagine che i politici, molto spesso (ma non sempre) danno di sé. Tanto che i detti popolari non fanno fatica a coniugare il far politica col furto. “A rubar poco si va in galera, a rubar tanto si fa carriera”. “Ruba un pezzo di legno e ti chiamano ladro, ruba un regno e ti chiamano maestà”. L’idea del politico come del grande ladro è certamente lontana dalla realtà anche se in tempi recenti non è stata altrettanto lontana dalle cronache. Ma il vero furto che può condannare senza appello l’uomo impegnato per il bene comune non è solo quello, pur brutto, dell’appropriazione indebita o dell’abuso di potere. È molto più grave però rubare il futuro, rubare la speranza, guidando la comunità, il Paese, il mondo verso una realtà senza prospettive. La promessa non mantenuta è un furto, lo è l’illusione, il miraggio.
Padroni di cosa?
Siamo così cattivi, noi uomini del ventunesimo secolo? Forse siamo solo sciocchi e stolti. Chi ci ha preceduto era certamente più saggio nel ritenere, come si sostiene nella Bibbia, che l’unico vero proprietario della terra, del pane, del tempo, della fiducia, della speranza è Dio stesso. L’uomo, di tutto ciò, è amministratore che un giorno dovrà rendere conto della sua attività. Per questo la differenza tra sentirsi padrone ed essere ladro è tutt’altro che evidente.