Alto Adige – 18.8.2002 – Intervista a mons. Wilhelm Egger
Mons. Egger, per questa colonia sono passati molti vescovi e anche qualche cardinale. Nessuno però nelle vesti di assistente. Come lei, invece…
Sì, erano gli anni 1967, 1968… Ne conservo il ricordo di un tempo di amicizia. Ci sono dei legami che da quel tempo ancora perdurano. Un anno è venuto anche mio fratello Kurt. Ricordo che aveva passato un esame con trenta e lode e perciò ha pagato a tutti gli assistenti un ghiacciolo al baracchino della colonia…
La presenza in colonia dei padri cappuccini da poco ordinati sacerdoti era una forma di rodaggio pastorale?
Sì, e la prima esperienza di “attività in spiaggia” l’avevo già fatta a Grado, non in una colonia, ma in una parrocchia, presso la quale ero stato chiamato a svolgere quello che chiamavamo “ministero pastorale”: disponibilità per le confessioni, celebrazione della messa in tedesco…

Sono passati oltre trent’anni da quella sua esperienza. Trova che la colonia sia cambiata molto rispetto a quegli anni?
Penso che il ruolo delle colonie sia cambiato parecchio, almeno in Italia. Forse in altri Paesi è ancora importante l’aspetto sanitario legato al poter respirare aria di mare. Da noi oggi invece sono molto sviluppati i servizi sociali e sanitari. Mentre per l’aspetto della socializzazione, dello stare insieme, penso che ci sia ancora molto bisogno. Anche i nostri bambini sono condizionati dallo stress delle situazioni che vivono, molti sono figli unici o comunque non sono tanti in famiglia, e quindi in una colonia come le 12 Stelle imparano a fare i conti con gli altri. E’ un contributo molto valido al creare comunità.
Si tratta di un’attività inserita a pieno titolo anche nella pastorale della Diocesi? Penso all’incontro tra ragazzi di lingua diversa, all’educare a mettersi in comunicazione…
Questo corrisponde alle preoccupazioni della diocesi che ha tra i suoi obiettivi quello di dare un contributo per i giovani. Un primo contributo è quello appunto di far socializzare i ragazzi. Poi, e questo non è più così facile, cerca di porre anche qualche accento religioso utile per la crescita dei bambini. Il tempo della vacanza per gli adulti può essere un “tempo dello Spirito”. Per i bambini forse può essere un “tempo dei valori”. Essi sono molto aperti. Se gli animatori sono in grado di presentare loro con un linguaggio adeguato anche il progetto educativo della Chiesa, i ragazzi sono pronti a recepirlo. In questo senso la colonia da 50 anni è una forma di presenza della Chiesa locale.
A proposito di progetti. Il piano pastorale per l’anno di lavoro che presto comincia contiene un invito espliciti alla partecipazione politica…
Sì, contiene l’invito alla partecipazione politica anche nella forma dell’impegno sociale o, se vogliamo, dell’esercizio della carità. Vorrei che si imparasse a vedere anche le attività della Caritas come inserite nel contesto più ampio dell’impegno politico. In questo mi pare che nella nostra diocesi siamo un po’ carenti. La Caritas e magari il vescovo sono spesso lasciati un po’ soli ad intervenire sulle questioni di interesse socio-politico. Ma in politica non basta solo la voce del vescovo o la presentazione del magistero sociale della Chiesa. Ci vuole una partecipazione più generale, un contributo da parte delle associazioni ecclesiali e anche delle singole persone per il bene comune, cioè per l’impegno politico.
È una carenza della diocesi altoatesina in particolare o il rapporto con la politica sta attraversando un momento generalizzato di crisi?
Si dice che in genere, almeno per quanto riguarda l’Italia, i cattolici si sono allontanati dalla politica per le note vicende (fine della Dc, tangentopoli ecc., ndr.) e invece si impegnano molto nel volontariato. Io comunque penso che anche il volontariato debba avere la sua ricaduta e la sua voce politica: è pur sempre un alto contributo alla costruzione di una società più umana. Personalmente sono sempre più convinto che alcuni valori che propone anche la fede sono valori indispensabili non solo per la salvaguardia del creato ma proprio per la salvaguardia dell’umanità.
Se dovesse dire due o tre passi concreti da compiere per favorire quest’assunzione di responsabilità da parte di tutti?
Il primo è educarsi alla progettualità. I progetti diocesani che elaboriamo vanno tradotti in progetti parrocchiali e decanali. Anche per l’anno prossimo è previsto che le comunità elaborino un progetto, ovvero un impegno concreto rispetto appunto all’impegno socio-politico. Questo è un passo che può portare ad una maggiore consapevolezza rispetto al metodo di lavoro. Un altro passo è l’impegno delle associazioni. Anche a loro ho chiesto di mettere per iscritto una loro lettura della situazione ed il loro impegno a livello diocesano.
Cambiamo argomento. Il suo episcopato dura da ormai più di quindici anni. Come definirebbe lei oggi la figura di un vescovo?
Ultimamente ho riflettuto sull’immagine del pastore e ho pensato: anche il pastore, tutto sommato, alleva le pecore ma per averne la carne… Invece il cristianesimo ribalta questo simbolo e propone un pastore che dà se stesso, la sua vita, per le pecore. In questo senso il vescovo è nello stesso tempo pastore e agnello. Non che io mi senta proprio un agnello, ma è per dire, in altri termini, che il compito del vescovo è quello di essere al servizio della vita.
Un’altra immagine che mi piace molto è quella del vescovo come tessitore. Ci sono molti collaboratori che fanno la loro parte e bisogna che qualcuno si occupi di tessere i fili nella trama di quello che poi chiamiamo appunto tessuto sociale o tessuto ecclesiale. Quindi è importante che da un lato che ci siano dei fedeli che fanno sentire la loro voce, dall’altra che ci sia un vescovo capace di dare valore a tutte le risorse disponibili e di realizzare un tessuto che sia resistente e bello.
Questo colloquio si svolge presso il piazzale adiacente alla colonia 12 Stelle. Ci sono ragazzi che giocano e che parlano… Mons. Egger, una domanda così così, se si dovesse dare un nome a questo piazzale, si augurerebbe una piazza della vittoria o una piazza della pace?
Mi augurerei, come ha detto qualcuno, la “vittoria della pace”… Un nome un po’ meno poetico potrebbe essere “piazza del buon senso”. Tornando alla colonia 12 Stelle e ai ragazzi che vedo giocare qui intorno penso che la piazza potrebbe essere dedicata a loro: “piazza dei giovani” che sono la nostra speranza e il nostro futuro. Perché è al futuro e non al passato che dobbiamo guardare.