Alto Adige – 4.7.2002
Questa volta le lacrime di Ronaldo sono lacrime di gioia. Non solo per il significato che la vittoria del Brasile ha per la sua carriera calcistica e per i record raggiunti, ma anche e soprattutto perché il la coppa del mondo va a finire in un Paese che ha davvero bisogno di far festa. Tanto che si festeggiò, per quanto con il nodo alla gola, anche quattro anni fa, quando Zidane costrinse la squadra latinoamericana ad un amaro secondo posto. Festa sia pure nella disperazione. “Se fossi presidente deciderei tre giorni di lutto nazionale”, aveva confessato un missionario a San Paolo nel luglio del 1998.
Il campionato del mondo di calcio, non solo in Brasile, ha notevoli e variegate ricadute politiche. Si è detto e scritto dei legami tra i dirigenti del calcio sudcoreano e le locali forze politiche. Ma i calciatori (quando vincono) vengono celebrati ovunque come eroi nazionali e salutati dai rispettivi presidenti. Il tedesco Schröder ha lasciato in tutta fretta i compagni del G8 canadese per volare in Giappone a “godersi” la finale. Persino noi abbiamo un presidente che quando si trattò di dare un nome al suo partito, essendo prossima un’edizione dei mondiali, trovò del tutto naturale fare ricorso al più classico urlo della tifoseria calcistica.

In Brasile le cose non stanno diversamente. Il candidato alla presidenza per l’opposizione, l’ex sindacalista Luìs Ignàcio Lula da Silva ebbe a dire che “la coppa del mondo si trasforma in una fonte di felicità generale. Una festa popolare e nazionale che unifica il sorriso dei brasiliani”. E in seguito i tristi festeggiamenti di quattro anni fa: “Dopo la festa dobbiamo preparare una nuova squadra per il prossimo mondiale. Senza però dimenticare che in questi quattro anni avremo un Brasile con un nuovo governo (delle opposizioni) e finalmente una nuova maniera di governare a favore di tutti, maggioranze e minoranze”. Doppia delusione per Lula che perse il mondiale e anche le elezioni a favore del presidente uscente Cardoso il quale, domenica, si è affrettato a far propria la prestazione dei fuoriclasse verde-oro. Proprio lui che se l’era vista brutta quando, in fase di qualificazione, il Brasile aveva rischiato seriamente di restarsene a casa.
In Brasile, in questi quattro anni, non c’è stata alcuna nuova maniera di governare. Piuttosto il Paese è stato anch’esso travolto dalla profonda crisi in cui versa pressoché tutto il Sudamerica, in particolare l’Argentina. Quattro anni di progressivo impoverimento che hanno reso ancora più amara, per il popolo, la sconfitta francese. La crisi energetica ha portato al razionamento dell’energia elettrica, con pesanti conseguenze non solo per i singoli ma anche per l’economia in generale. La mancanza di acqua potabile ha attanagliato le città e l’agricoltura, soprattutto nel Nordest e nel Centro del Paese. La corruzione pubblica ha dilagato, portando la popolarità di Cardoso ai minimi storici. Per iniziativa della Chiesa e della società civile, in molte città si sono persino realizzate veglie di preghiera e protesta contro la corruzione e la sopraffazione delle autorità…
L’economia ristagna, la recessione avanza, gli atti di violenza, i furti e gli omicidi fanno parte della quotidianità. Mentre fino all’anno scorso la popolazione stava cominciando a presentare al presidente Cardoso il conto per questa realtà disastrosa, gli eventi dell’11 settembre a New York e la crisi argentina hanno avuto l’effetto di annebbiare una situazione in cui oggi le responsabilità, e perciò le vie d’uscita, sono tutt’altro che definite. E le elezioni presidenziali sono nuovamente alle porte. Chissà se la vittoria al mondiale potrà avere qualche peso…
Verrebbe da chiedersi che cosa spinge i brasiliani, che muoiono letteralmente di disperazione, a festeggiare il loro “Penta”. Loro, che seppero festeggiare persino la sconfitta di quattro anni fa. Forse un tentativo di risposta è in quelle parole pronunciate nel 1998 dal missionario citato sopra: “Non venite a dirci che tutto passa, che vinceremo la prossima volta… perché qui la vita dura tanto poco che non si sa come aspettare il domani e perché qui si vive quotidianamente l’amarezza umiliante della povertà che non ci lascia sognare e ci apre le mille e una porta della tristezza”.
E ancora: “Il Brasile ci tiene tanto al calcio non perché è ‘calcio-maniaco’, ma perché attraverso il calcio spera di essere rispettato. E solamente un povero sa quando deve soffrire per farsi rispettare nella sua dignità”.
È difficile per noi sazi e rammolliti europei comprendere quella voglia di riscatto che si fa danza e carnevale fuori stagione, in Brasile come in Senegal. “Il mondo ha inventato il G8 – dice una voce dal Sudamerica – per dire chi sono gli onnipotenti da una parte e i poveri dall’altra. Bene. Quanto tempo dovrà aspettare il Brasile per vincere tutte le coppe possibili e dire così a tutto il mondo che anche i poveri hanno la loro voce? Se ci fosse il G7 del calcio il Brasile sarebbe in testa… Credo che nel prossimo millennio sarà comunque un protagonista mondiale, sia che vinca il Penta, sia che non lo vinca. Il Brasile non è solamente samba e calcio”.
Per ora complimenti, Brasile, e auguri.