Scuola, lingua, nazionalismi

Alto Adige – 25.6.2002

L’anno scolastico che abbiamo ormai alle spalle in Alto Adige è stato caratterizzato, fuori e dentro la scuola, dal dibattito sulle possibili riforme da inventare per rendere più efficace l’apprendimento della seconda lingua. Qualcosa si è persino mosso ai piani della politica e ciò è sorprendente se si pensa al fatto che in ogni luogo dove convivono diverse lingue e culture, la scuola è un tema carico di quell’emotività che porta spesso all’immobilismo. Diciamo pure che il modo di affrontare la questione del rapporto tra scuola e lingua è un termometro che ci rivela lo stato di salute di una società.

Sarebbe sciocco sostenere che le resistenze ai cambiamenti siano dovute ad una semplice e banale vocazione alla conservazione. Laddove esistono equilibri precari, ogni cambiamento fa rizzare le antenne.

C’è da oltre due secoli una relazione tra scuola, lingua e nazionalismi. E’ proprio l’introduzione dell’obbligo scolastico generalizzato che se da un lato soppianta quel tipo di istruzione elitaria la cui lingua base era il latino (il “latinorum”), dall’altra solleva il problema della lingua di insegnamento, questione non di poco conto nelle zone mistilingui e di confine. Non a caso dopo la scolarizzazione di massa (ma non solo per questo, ovviamente) prendono piede in Europa quei moderni nazionalismi di cui non ci siamo ancora liberati.

Anche in Alto Adige la scuola ha spesso rappresentato un momento di affermazione di un gruppo sull’altro. In linea generale il gruppo maggioritario o più forte ha spesso tentato di imporre agli altri la propria lingua, la propria cultura, le proprie idee. Sulla “guerra delle scuole”, che scoppia anche nel Tirolo tra fine ‘800 e inizio ‘900, ha scritto Claus Gatterter: “Era una guerra in cui lavagne e gessetti servivano da armi, scuole e asili da fortezze e trincee, maestre e maestri si sentivano soldati in prima linea sul fronte delle nazionalità e come tali si battevano”.

Prima dell’annessione all’Italia la scuola in Alto Adige è essenzialmente in lingua tedesca. Le cospicue minoranze di lingua italiana presenti nella zona non godono, nei fatti, di alcun diritto all’istruzione nella propria madrelingua (come invece avviene in Trentino). Anzi, qualsiasi ipotesi in tal senso è osteggiata dai circoli nazionalistici di lingua tedesca mentre le “società nazionali” italiane riescono a finanziare alcuni istituti solo nella zona di Vadena. Il risultato di questo clima è una lenta ma inesorabile assimilazione del gruppo minoritario, che si trova in una condizione di inferiorità, non solo numerica, ma anche sociale: i più sono dipendenti, operai, braccianti, povera gente senza “forza contrattuale” e più impegnata a guadagnarsi il pane che non a pensare a questioni di tipo etnico-culturale.

Nelle vallate ladine, a partire dalla Controriforma, la lingua usata dalla Chiesa, e quindi successivamente anche nella scuola, è principalmente l’italiano, pur affiancato dalla lingua tedesca la cui conoscenza è importante per i rapporti con le vallate circostanti. Questo fino alla metà dell’800, quando l’insegnamento dell’italiano viene progressivamente sostituito, non senza resistenze, da quello del tedesco, anche qui secondo i piani dell’imperante nazionalismo.

Arrivano però la Grande Guerra, la vittoria-sconfitta, e l’annessione. Nei primi mesi, ai tempi del Governatorato militare, vengono aperti anche in Alto Adige diversi corsi facoltativi di italiano che nel 1921 diventano obbligatori (anche qui non senza polemiche) per i figli di famiglie di lingua italiana e ladina.

La situazione, come è noto, cambia radicalmente negli anni del fascismo. La scuola diviene elemento essenziale del progetto di snazionalizzazione dei gruppi di lingua tedesca e ladina. A partire dal 1923, nel giro di pochi anni tutte le scuole di lingua tedesca devono essere italianizzate, gli insegnanti rimossi. A questi provvedimenti una parte del gruppo tedesco reagirà con la frequenza delle scuole clandestine, le cosiddette “Katakombenschulen”.

Anche nelle valli ladine è obbligatoria la scuola italiana, in cui insegnano persone venute dalle “vecchie province”. Nel periodo tra il 1934 ed il 1940 gli insegnanti ladini (ma anche molti trentini) vengono addirittura trasferiti al di fuori del territorio provinciale.

La scuola in lingua tedesca ritorna in Alto Adige con l’anno scolastico 1939-40, per i figli degli optanti, e poi per tutti dal settembre del 1943, con l’occupazione nazista e la creazione della Zona di Operazioni Prealpi. La scuola italiana rimane quasi intatta (ma depotenziata), in ossequio ai rapporti ancora stretti tra Mussolini e Hitler.

Solo con l’accordo di Parigi del 1946 e con gli statuti di autonomi del 1948 e del 1972 sarà enunciato e praticato il principio secondo il quale ogni gruppo linguistico ha il diritto all’istruzione nella propria madrelingua (con l’eccezione di quello ladino, che però ha un sistema scolastico su misura).

Tutto ciò e molto altro ancora sta alla base delle remore, delle rimozioni, delle chiusure rispetto ad ogni ipotesi di introduzione, ad esempio, di scuole plurilingui. E’ importante saperlo. È il timore di un uso della scuola come strumento politico. Il timore di una politica che può divenire (perché così è avvenuto in passato) pura violenza culturale. Paure fondate? Forse ormai non più. Ma è sempre utile, prima di procedere per una nuova meta, mettere ordine nei propri bagagli (prima che in quelli degli altri) ed evitare di lasciare questioni in sospeso. Soprattutto è essenziale che ci sia vero accordo, prima ancora che sugli strumenti, sulla meta da raggiungere. La piena conoscenza delle lingue locali è sicuramente un obiettivo che, se davvero condiviso, vale la pena di essere perseguito e che, al tempo stesso, consentirebbe all’intera società di superare timori (storici e radicati) e diffidenze.

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