Vita Trentina – 23.6.2002
La seconda metà dell’800 è per molti trentini il tempo della migrazione. Non tutti prendono la via che porta in altri paesi d’Europa oppure oltre oceano. Molti di essi rimangono all’interno dell’Impero, spostandosi nell’ambito della provincia del Tirolo. In molte località dell’Alto Adige essi formano i primi nuclei dell’attuale comunità di lingua italiana. E’ il caso di Merano, su cui è in corso una ricerca per ricostruire le fasi della formazione di una città bilingue.
Merano centro turistico e meta di immigrazione
Merano è conosciuta ovunque come località turistica, una vocazione che la città scopre però solo nella prima metà dell’800. Nel 1834 si fanno vivi i primi ospiti stranieri. A partire dagli anni ‘40 la città comincia ad essere meta di personaggi illustri, tra di essi molti regnanti dei vari paesi europei.
Gli anni successivi al 1850 segnano l’inizio di un’intensa attività nelle costruzioni e nelle iniziative a favore del turismo cosicché in breve tempo Merano diventa un luogo di cura noto a livello mondiale. Se nell’annata 1860/61 i turisti presenti sono 766, dieci anni più tardi se ne contano già 4.863, nel 1880/81 sono già 6.541, per arrivare a superare le 10.000 persone alla fine del decennio.
Gli ospiti provengono da tutta Europa, soprattutto Germania, impero Austro-ungarico, Russia e Inghilterra, ma anche dall’Europa del Nord, dalla Francia, dall’Italia e dall’America.
La crescita economica va di pari passo con un discreto aumento della popolazione e degli edifici. Alla fine degli anni ’80, rispetto al 1830, la popolazione è triplicata, il numero degli edifici è quasi raddoppiato. E’ evidente che l’aumento sproporzionato della popolazione è dovuto ad un flusso migratorio non indifferente, la cui causa è il boom economico che porta in riva al Passirio manodopera dal resto del Kronland. Molti di questi “immigrati” provengono dal Tirolo italiano (Welschtirol), cioè dal Trentino. Ospito forse meno illustri dei nobili e danarosi turisti, ma non meno fondamentali sul piano economico e ricchi di dignità sul piano umano.
Cause della “immigrazione” trentina in Alto Adige
Scambi di popolazione tra Trentino e Alto Adige sono una costante nel corso dei secoli. Il lavoro è la causa principale, ma ci sono anche le emergenze belliche o sanitarie. Ad esempio negli ultimi anni del ‘700 diverse famiglie trentine si rifugiano più a nord per sfuggire agli eserciti napoleonici in transito. Nel 1836, a causa della grande epidemia di colera che colpisce tutta l’Europa, avviene lo stesso. La costruzione delle linee ferroviarie favorisce ulteriormente gli spostamenti.
Nella seconda metà del XIX secolo prevalgono i motivi economici. Innanzitutto va ricordato che, in seguito alle guerre tra Austria e Piemonte prima e Italia poi, tra gli anni ‘50 e gli anni ‘60, l’Impero perde importanti regioni di lingua italiana come la Lombardia e il Veneto. Il Trentino si trova all’improvviso ai margini dell’Impero, sia dal punto di vista economico che da quello culturale.
Mentre prima erano possibili rapporti commerciali con le regioni più meridionali ora, con i nuovi confini, vengono imposte anche nuove barriere doganali.
Un mondo che cambia, anche per l’apertura di nuove vie di comunicazione (come la ferrovia del Brennero nel 1867) mette in crisi l’economia agricola tradizionale trentina, frutto di un rapporto secolare tra l’uomo e un territorio dalle risorse limitate. In questi anni si registra dunque un sistematico impoverimento della popolazione. Altri fattori che provocano povertà sono la riorganizzazione del sistema tributario che lascia ai comuni, oltre che numerosi oneri, la facoltà di reperire fondi mediante le tasse, e la crescente militarizzazione dell’Impero, in seguito alle guerre, che spesso porta via di casa per vari anni le uniche persone in grado di mantenere, col lavoro, le famiglie. La situazione economica è peggiorata poi da eventi naturali come alluvioni e carestie.
Quest’insieme complesso di cause spinge evidentemente la popolazione del Tirolo italiano a ricercare risorse nuove. La prima valvola di sfogo viene trovata nell’emigrazione. Si tratta di emigrazione di diversi tipi: stagionale, temporanea, ma anche definitiva. Sono molti in quegli anni che partono per attraversare l’Oceano e trovare una nuova patria. Una parte di questi emigrati, si sposta verso il vicino Alto Adige. Le zone interessate sono soprattutto quelle che da sempre erano state in comunicazione con il Tirolo italiano o dove da sempre esistono nuclei più o meno piccoli di popolazione di lingua italiana: la Bassa Atesina, Bolzano, la valle dell’Adige tra Bolzano e Merano e Merano stessa.
I trentini che si spostano per lavoro in Alto Adige esercitano diversi mestieri: cestai, arrotini, stagnari, muratori, manovali, scalpellini, falegnami, segantini, lavoratori nel campo dei mattoni, del marmo, del porfido, del vetro, ma anche braccianti agricoli, persone di servizio, dipendenti delle ferrovie, delle ditte che costruiscono strade o regolano il corso delle acque, costruttori di funivie ecc. Molti sono i bambini e molte anche le donne.
I trentini costruiscono al nuova Merano
Prima della metà del secolo scorso la società aristocratica e ricca dell’Impero scopre le possibilità turistiche e termali di Merano. Così comincia una stagione di rinnovamento e grandi costruzioni per creare una accoglienza degna degli ospiti più esigenti. Sorgono i grandi alberghi, il teatro, si aprono le passeggiate lungo il Passirio o sulle colline, nascono le strutture di cura. Per questi lavori arrivano muratori e manovali dalla valle di Non, pittori dalla val di Fiemme, operai dalla Bassa Atesina.
Oltre alla manodopera operano in città anche imprese di proprietà di “Tirolesi italiani”. Uno di loro è Pietro Delugan, della val di Fiemme. Sua opera sono i maggiori edifici costruiti a cavallo del secolo a Merano.
Un altro costruttore di origine trentina (val di Non) è Celestino Recla: tra l’altro fa costruire la canonica evangelica e la chiesa del Sacro Cuore.
Alcuni di questi nuovi meranesi trovano un buon ambientamento, sposano donne del luogo, e formano famiglie che un po’ alla volta entrano a far parte della comunità tedesca. Altri continuano a mantenere relazioni con i paesi di origine, conservano le loro tradizioni e la loro lingua e si inseriscono nella comunità di lingua italiana.
Italotirolesi a Merano
Per avere un’idea dello sviluppo della presenza italo-trentina a Merano, più che i censimenti ufficiali, è interessante dare un’occhiata ai registri parrocchiali dei battesimi. Prendimo il caso della parrocchia di Maia Bassa.
Se nel 1868 non si riscontra alcun battezzato di lingua italiana, nel 1878 essi sono l’8%. Il mestiere dei padri è quello di falegname, muratore, giardiniere o semplicemente di lavoratore a giornata. La loro provenienza conferma i dati visti finora: soprattutto Valsugana, val di Fiemme e val di Non.
Nel 1888 i bambini “italiani” sono già più di un quarto e dieci anni dopo il oltre il 27,1%. La provenienza dei padri: più della metà dalle valli di Fiemme, di Non e Valsugana. Alcune famiglie provengono dal Veneto, le altre dal resto del Trentino (in totale l’85% viene dal Trentino).

La Società Operaia Cattolica di Merano e circondario
Le prime forme di organizzazione dei meranesi-trentini si devono alla Chiesa. Sono soprattutto i frati cappuccini che si occupano della loro cura d’anime e che tengono funzioni con predica in lingua italiana presso la cheisa di S. Spirito (chiesa dell’ospedale). Ed è un cappuccino, p. Isidor Flür, che insieme a Luigi Eichta (padre del più noto Mario Eichta), fonda nel 1898 la prima associazione di lingua italiana, la Societò Operaia Cattolica di Merano, sull’onda dei principi enunciati dall’enciclica Rerum Novarum di papa Leone XIII, datata 15 maggio 1891.
Si tratta di una società di mutuo soccorso che raccoglie artigiani e operai italiani con lo scopo di aiutarsi a vicenda: “Di istruire i propri soci negli obblighi e nei diritti di operai cattolici; di promuovere la buona armonia tra padroni e operai: il benessere morale e materiale della classe operaia, coll’azione comune e concorde dei soci, secondo i principi e lo spirito della Chiesa, e in conformità alle leggi dello Stato, escludendo la politica; di promuovere nei suoi soci l’amore e l’esercizio delle virtù cristiane, e segnatamente quelle che servono più direttamente a conseguire lo scopo primario, come sarebbero: la santificazione delle feste, la temperanza, la moralità, l’economia, e le virtù domestiche”.
La Società sarà sciolta dagli stessi soci nel 1932, per sfuggire alla repressione fascista. I suoi membri confluiranno nel gruppo uomini di Azione Cattolica.
Per gli italiani Merano sacerdoti trentini
A prendersi cura delle anime degli operai italo-tirolesi di Merano sono per lo più sacerdoti trentini. Del resto Merano (e buona parte dell’Alto Adige) fa parte della diocesi di Trento. Già nel 1819 è presente presso i cappuccini di Merano un sacerdote col ruolo di “confessore italiano”: è padre Giancarlo Bombarda di Cares.
Un sacerdote che si occupa stabilmente della cura d’anime della cosiddetta “colonia italiana” di Merano è documentato stabilmente dal 1870. Si tratta del cappuccino padre Guido Ruatti di Piazzola di Rabbi, che porta il titolo di “predicatore per gli italiani” (Concionator italorum). Altri trentini sono presenti negli anni successivi, insieme ad ampezzani e ladini.
Ancora nel 1950 oltre l’80% dei preti (italiani) del decanato di Merano era trentino. Di più: nel 1970 oltre il 61% de sacerdoti italiani della diocesi di Bolzano-Bressanone era nato in Trentino (il 73% nel decanato di Merano) e secondo i dati del 2001 essi rappresentano ancora il 45% (il 50% a Merano).
Ricerca sulla popolazione di Merano. Documenti e testimonianze cercansi
Sulle migrazioni dal Trentino verso l’Alto Adige l’assessorato alla cultura del Comune di Merano promuove attualmente un progetto di ricerca allo scopo di ordinare in modo sistematico le conoscenze finora disponibili a proposito dell’evoluzione di Merano nel senso di una città bilingue.
Se per le fasi più remote l’unica possibilità è quella di accedere a fonti di archivio, per la prima metà del ‘900 è ancora possibile ritrovare qualche cosa presso testimoni ancora viventi (lettere, diari, fotografie, non oltre il 1950). La ricerca infatti ha anche l’obiettivo di raccogliere il materiale disponibile, anche le testimonianze orali, prima che esso vada perduto. Per questo chiunque si senta interpellato può farsi vivo (anche dal Trentino) e dare il proprio contributo (rivolgersi a P. Valente,.via Alpini 36, Merano e-mail: valente.paolo@virgilio.it).
Don Giacinto Carbonari
Uno dei preti trentini, che fu parroco a Merano negli anni ’30, e che fin dalla sua ordinazione si occupò di emigrati e profughi, è don Giacinto Carbonari.
Nato a Carbonare presso Folgaria nel 1887, fu ordinato sacerdote nel 1911. Don Carbonari fu curato di Nosellari per 22 anni, con la parentesi della prima guerra mondiale, in cui egli seguì i suoi parrocchiani evacuati in Boemia. Nel 1936 fu nominato rettore di Santo Spirito a Merano. Durante il periodo nazista era braccato dalle SS per la sua coraggiosa opera in favore dei perseguitati e degli ebrei. Travestito riuscì a tenersi nascosto, prima nel Trentino, poi in un convento del Padovano. Con la fine della guerra ebbe inizio la sua grande opera, che coincide con la fondazione della Pontificia Commissione di Assistenza di Bolzano e poi dell’ONARMO (assistenza agli operai) di cui fu responsabile fino alla morte.
Tra le sue opere a Bolzano: le mense per i poveri e per gli studenti, le colonie montane e marine, la casa Regina Angelorum, sede della POA e attuale sede di ODAR e Caritas.
Nel campo pastorale gettò le basi delle due parrocchie bolzanine di Don Bosco e Regina Pacis. Alla sua opera si devono anche gli istituti Pastor Angelicus e Regina Pacis e Merano, nonché la “Casa dei ragazzi” e l’asilo di via Resia a Bolzano, attivi nel dopoguerra.
Scrive don Giuseppe Franco su “L’Angelo della Parrocchia” di Bressanone in occasione della morte di don Giacinto (n. 10, 1964): “Nessun viaggio, nessun sacrificio gli erano troppo gravosi, quando si trattava di compere un’opera di carità. Con tutto ciò don Giacinto non appariva mai sulla scena. La sua inesauribile carità era affiancata da una sincera umiltà e da una incrollabile fede nella Provvidenza”.