Alto Adige – 21.6.2002
Dunque il temuto (ma da chi e perché?) tracollo numerico del gruppo italiano non c’è stato. La diminuzione sì. Questi i due dati sui quali vale la pena ragionare a caldo per poi, col tempo, riflettervi con tutta calma, soprattutto da parte di chi ricopre cariche politiche oppure ha responsabilità per il bene comune.
Il dato indica che la diminuzione in termini assoluti e in termini relativi del gruppo italiano può essere (anche se non v’è certezza) un fenomeno vicino ad una prossima inversione di una tendenza innescatasi oltre vent’anni fa. Forse siamo vicini ad una stabilizzazione nelle percentuali. E’ bene sottolineare il “forse” poiché i dati parlano ancora di un gruppo soggetto a mutamenti e fluttuazioni. Ad esempio rispetto alla residenza sul territorio si può vedere ancora una certa mobilità. Alcuni comuni vengono abbandonati, altri prescelti come luogo di abitazione.
Detto questo una prima considerazione. Il dato del non-tracollo è buono non solo per gli altoatesini di lingua italiana, ma per tutta la popolazione e sarà ancora più positivo se nel 2011 si potrà verificare una crescita di tutti. Come si è già avuto modo di dire, infatti, una situazione di disagio di uno dei gruppi si trasforma, in definitiva, in un problema per tutti. In una terra dove convivono più componenti linguistiche e culturali dovrebbe essere interesse comune il fatto che ognuno possa guardare al futuro con quella serenità che è sempre seriamente compromessa dal sorgere di una qualche “sindrome da estinzione prossima”.

Nessun tracollo, si diceva, ma diminuzione sì. E questo continua a rimanere un dato negativo, per quanto assai difficile da interpretare. Il presidente Durnwalder ha abbozzato qualche spiegazione: il tasso di natalità inferiore tra la popolazione urbana, il venir meno di strutture di confine che occupavano un certo numero di italiani, il ritorno dei pensionati ai paesi di origine. Si potrebbe dire dell’altro. In primo luogo si può ipotizzare che dopo decenni (dagli anni ’30 agli anni ’60) di crescita abnorme una diminuzione possa essere fisiologica. Ma c’è dell’altro. Per quanto difficilmente quantificabili (ognuno però ha le sue conoscenze personali) ci sono sicuramente ancora una serie di dichiarazioni cosiddette “di comodo”. Ovvero: persone di lingua italiana che si dichiarano di lingua tedesca (e non viceversa) nella prospettiva di accedere a determinati posti di lavoro. Senza voler giudicare questo atteggiamento, esso rappresenta però un interrogativo per la politica: è del tutto sano un sistema che “costringe” una persona a dichiararsi per ragioni di opportunità appartenente ad un altro gruppo linguistico? Un ultimo possibile motivo del calo ha radici comuni a quanto appena detto: una parte del piccolo esodo che si riscontra di decennio in decennio non è dovuta proprio anche a quella sensazione di assenza di un futuro positivo presente tra gli anni ’80 e ’90 nel gruppo italiano (negli anni ’50 e ’60 attanagliò, piuttosto, il gruppo di lingua tedesca)?
Visti i dati del censimento 2001 è certamente fuori luogo parlare di “Todesmarsch” (marcia della morte) del gruppo italiano, soprattutto da parte di chi si ostina a legare l’identità del gruppo che afferma di voler “difendere”, a simboli vuoti e inefficaci come un monumento o il nome di una piazza. E qui il discorso si fa interessante. Perché parlando del gruppo di lingua italiana ha senso fino ad un certo punto fermarsi sul dato quantitativo. E la qualità? Ci si accontenta di una presenza numerica oppure ci si muove per dare senso e contenuto ad una comunità senza la quale oggi non sarebbe neppure possibile raccontare (anche se qualcuno lo fa) la storia di questa terra che o è plurilingue o non è?
In altre parole. Ora sappiamo che probabilmente gli italiani dell’Alto Adige non scompariranno e dunque le domande diventano altre. Che contributo essi sono in grado e intendono dare all’avvenire comune di tutta la popolazione? Come vogliono giocare in positivo questa loro presenza la quale, sono convinto, è apprezzata dalle forze buone degli altri gruppi linguistici? Quale sarà il loro ruolo nella cultura, nell’economia e nella politica? Staranno ancora, come è accaduto, alla finestra a lamentarsi oppure, pur nelle innegabili difficoltà, vorranno rimboccarsi le maniche, memori del fatto, magari, che in passato ci sono stati dei momenti ben più critici? Senza dubbio oggi ci sono le premesse di una autentica crescita. Per tutti.