“Assumersi insieme la responsabilità sociopolitica”

Alto Adige – 9.6.2002

“Con l’impegno in ambito sociale e politico contribuiamo in modo rilevante alla missione della Chiesa locale e offriamo il nostro apporto di cristiani al futuro della società”. Parola del vescovo Egger. Si conclude così la breve lettera pastorale dedicata al tema “Assumersi insieme la responsabilità socio-politica”. La data scelta per la pubblicazione è, non a caso, quella della domenica del S. Cuore, una festa simbolo, in Alto Adige, dell’interdipendenza tra religione e politica ed in modo particolare del rischio che la religione, i suoi simboli e i suoi valori si prestino a strumentalizzazioni di parte. Presentare una lettera sulla responsabilità politica dei cristiani proprio nel giorno del S. Cuore è, se vogliamo, una prima significativa provocazione e contemporaneamente una risposta a quei personaggi della politica che di tanto in tanto vorrebbero chiudere la Chiesa e le sue idee nelle sacrestie (salvo poi chiedere voti al momento giusto). Sia comunque chiaro che quando si parla di ruolo politico della Chiesa non ci si riferisce a scelte di campo partitico o a indicazioni di voto (come in passato), ma al lavoro e alla riflessione per la promozione dell’uomo e del bene comune.

Come spesso accade con i documenti ecclesiali (ma è proprio necessario?), la lettera appare timida nei toni, ma in realtà è molto esigente, se letta tra le righe. Il riferimento al vangelo di Matteo, capitolo 25, fa dell’invito alla partecipazione sociale e politica addirittura un imperativo morale dai risvolti urgenti e drammatici. Lo scenario è nientemeno quello del giudizio universale (“Ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare…”) dall’epilogo quanto mai drastico: “…ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno, e i giusti alla vita eterna”.

Toni timidi per contenuti forti non sono solo una scelta di stile, ma anche lo specchio di una Chiesa tutto sommato ancora disorientata dopo gli eventi di fine secolo a livello mondiale, nazionale e locale. Se da un lato infatti essa è posta (proprio, appunto, dal vangelo di cui essa è custode) di fronte ad interrogativi forti, dall’altra la comunità cristiana ed i suoi pastori (salvo alcune eccezioni) tendono spesso a dare non-risposte o a balbettare in modo ripetitivo concetti estremamente generici e poco originali.

In realtà è difficile individuare, negli ultimi anni, quale sia stato il cammino di crescita dei cattolici nella società italiana e in quella locale. Nel 1991 i vescovi italiani si rivolgevano ai fedeli con parole molto chiare: “Per un corretto svolgimento della vita sociale – diceva il documento “Educare alla legalità” –, è indispensabile che la comunità civile si riappropri di quella funzione politica, che troppo spesso la delegato esclusivamente ai ‘professionisti’ di questo impegno nella società. Non si tratta di superare l’istituzione ‘partito’, che rimane essenziale nell’organizzazione dello Stato democratico, ma di riconoscere che si fa politica non solo nei partiti, ma anche al di fuori di essi, contribuendo ad uno sviluppo globale della democrazia con l’assunzione di responsabilità di controllo e di stimolo, di proposta e di attuazione di una reale e non solo declamata partecipazione”.

A distanza di oltre un decennio si può dire che finalmente la partecipazione sia ora reale e non più solo declamata? La risposta è no.

Sul piano locale la situazione non è meno confusa. Tanto che il vescovo e i suoi collaboratori sentono l’esigenza di proporre un appello alla partecipazione dai contenuti non troppo diversi da quelli della lettera “Ricordatevi dei cinque pani…”, anch’essa vecchia di dieci anni. In un certo senso è come dire che in questo decennio anche la comunità cristiana è rimasta ferma, quando addirittura non è stata travolta, inerme, dagli eventi.

Certamente non sono mancati in questi anni interventi anche autorevoli dall’interno della Chiesa locale a proposito di questioni politiche e sociali. Spesso si è trattato di iniziative di singole persone, magari coraggiose, ma non si sa fino a che punto condivise. E’ difficile scorgere il contributo della comunità cristiana come tale alla soluzione delle nuove questioni istituzionali e politiche.

Non è facile per la Chiesa altoatesina adempiere al dovere dell’impegno socio-politico. Innanzitutto ha una storia esigente. E le eredità luminose possono pesare e frenare nei momenti di timoroso disorientamento. In secondo luogo per essere presenti nella vita politica bisogna essersi dati gli strumenti per conoscere la situazione. In Alto Adige significa rispettare le differenze tra i gruppi, tra le aree geografiche, tra le diverse storie. Significa mettersi, di volta in volta, dalla parte di chi ha maggiormente bisogno, senza impantanarsi in calcoli proporzionali di opportunità. Vuol dire anche scardinare quel collateralismo strisciante che ancora oggi esiste tra alcuni settori della politica, dell’economia e della Chiesa e che spinge, come si diceva, a usare toni timidi (quindi inascoltati) per esprimere idee potenti (quindi irrealizzate).

Per uscire da questi anni di stasi (ma chi sta fermo, oggi, viene comunque trascinato dalla corrente imperante) il vescovo invita ad “osservare la situazione sociale nelle nostre città e paesi. Spesso siamo tentati di evitare anche semplicemente di guardare. Una volta presa consapevolezza della situazione, si tratta di valutarla…” Il terzo passo è l’agire. “Per questo è necessario lo sforzo comune, poiché da soli spesso non siamo in grado di sostenerlo”. Tra i soggetti di questo impegno in primo luogo la Caritas, poi le associazioni e il volontariato. Per tutti l’invito è quello di agire e di creare occasioni di confronto, aprendo un vero e proprio cantiere di idee che porterà, il prossimo anno, alla stesura di un nuovo documento programmatico. Quanto alle iniziative concrete e agli obiettivi, per ora, le scarne indicazioni risentono forse anch’esse della difficoltà di decifrare i molti messaggi che provengono dal contesto sociale. Una Chiesa, dunque, che ha chiara l’idea di dover un giorno rispondere del suo impegno nella società, che sa e dice che la responsabilità politica è di tutti. Si trova, per ora, nella fase dell’osservare (che non significa semplicemente “stare a guardare”), forse la meno concreta, ma la più necessaria, purché non sia eterna, come il “supplizio” di cui sopra.

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