Alto Adige – 5.6.2002
È curioso vedere come i festeggiamenti dei dieci anni dalla consegna da parte dell’Austria della cosiddetta “quietanza liberatoria” rispetto all’attuazione degli accordi di Parigi del 1946 si intreccino con la crisi dell’Euregio manifestatasi a Riva del Garda alcuni giorni fa, in occasione dell’assemblea comune dei consigli provinciali di Bolzano, Trento ed Innsbruck. Si celebra l’intesa tra Roma e Vienna (favorita oggi anche dalla comunanza ideologica dei rispettivi governi in carica) e si consuma la rottura tra Trento e Bolzano su di una questione di non poco conto che a sua volta riguarda i rapporti tra Roma e Vienna: il terrorismo degli anni ’60. Proprio all’inizio degli anni ’60 la questione altoatesina era stata internazionalizzata dall’Austria, che aveva trascinato l’Italia di fronte al tribunale delle Nazioni Unite con l’accusa di inadempienza del trattato Degasperi-Gruber. Nel frattempo scoppiavano le bombe e, proprio nel giugno di quarantun anni fa, con spettacolare devastazione.
Non è un’amara sconfitta l’incomunicabilità constatata a Riva del Garda rispetto alla ricerca di una via condivisa di lettura della propria storia? Non si pretende che in “pochi” anni si possano sviluppare interpretazioni comuni su questioni così delicate. Ma almeno parlarne senza inalberarsi e sbattere la porta come adolescenti incompresi…

A dieci anni dai giorni in cui l’Austria si dichiarava soddisfatta rispetto all’attuazione dell’autonomia di questa terra (in particolare in rapporto alla tutela delle minoranze), si fanno considerazioni di vario genere, anche autorevoli e non solo acriticamente celebrative. Il prof. Pelinka dell’università di Innsbruck ha detto che in Alto Adige i gruppi linguistici rappresentano due mondi che non si incontrano, non hanno disponibilità al dialogo, non fiducia l’uno nell’altro. “Per raggiungere una vera convivenza e per una collaborazione effettiva – ha affermato – occorrerebbe che i confini fra i gruppi linguistici fossero permeabili, il che non è. La vera pace è fatta di concordia e collaborazione, in Alto Adige invece la pace che è stata raggiunta è solo assenza di guerra”.
Il giudizio è pesante. Anche perché è indubbio che piuttosto del conflitto aperto (e della violenza, volendo tornare agli anni ’60) è pur sempre preferibile una situazione di semplice assenza di guerra. Ma è anche vero che la semplice assenza di guerra non mette al riparo in nessuno modo verso una possibile recrudescenza futura. Ecco perché chi si accontenta dei rapporti di buon vicinato rappresenta oggi una politica miope e che non dà ai nostri figli alcuna certezza della pace.
I rapporti di buon vicinato non fanno altro che conservare i reciproci pregiudizi proprio come avviene con la verdura nel congelatore. Se salta la corrente elettrica la verdura si scongela e se non corri presto ai ripari marcisce e puzza.
I pregiudizi vengono meno solo con la conoscenza e la comunicazione.
Nell’osservare come si muovono i nostri rappresentanti politici (e altre categorie che detengono responsabilità per il bene comune) possiamo vedere che se la ragione è per lo più orientata all’incontro, la pancia e spesso, ahimè, il cuore spingono alla divisione e all’autodifesa. Persino il presidente Durnwalder, cui va il merito di avere spesso lavorato per il superamento di situazioni di tensione, a Riva del Garda nel bel mezzo del polverone sollevato dalla mozione sulla grazia ai terroristi, si è lasciato sfuggire: “Cari trentini, non abbiamo bisogno di noi… ricordatevi che l’autonomia l’avete presa soltanto grazie a noi…”
Ecco cosa lo Statuto dopo decenni non è ancora riuscito a fare: stimolare un sentire comune, infondere il reciproco rispetto, la convinzione che la cosa importante non è il presunto bene di un unico gruppo o di un’unica provincia, quanto piuttosto la capacità di tutte le componenti dell’universo autonomistico di camminare insieme verso mete condivise.
A quasi sessant’anni dall’accordo di Parigi, a trent’anni dall’entrata in vigore del secondo Statuto, a dieci anni dalla dichiarazione di approvazione austriaca, la salute della nostra autonomia e della nostra politica si misura sulla capacità di innovarsi e di cambiare avendo in mente il bene di tutta la popolazione, tenendo conto del fatto che la “quietanza liberatoria” che conta davvero sarà quella sottoscritta (o meno) da coloro che verranno dopo di noi.