Alto Adige – 28.5.2002
Si è parlato tante volte di perdono in questi ultimi anni. Spesso in relazione ad atti terroristici. Fecero scalpore i primi, tra i parenti delle vittime del terrorismo brigatista, che pronunciarono la parola “perdono” rivolgendosi ai carnefici dei propri cari. In nessun caso ciò ha significato indulgenza o giustificazione nei confronti di chi si era macchiato di quelle azioni. Il più delle volte, come per la famiglia Bachelet, si è fatto riferimento a motivazioni religiose. Sono atti, questi, che non sono restati senza effetto. Hanno conferito al “perdono” una valenza anche politica, intesa nel senso più alto del termine, cioè un contributo al bene comune che rischiava di rimanere impantanato nella palude sterile e ammorbante dei rancori, delle rivalse e delle vendette.
Perdonare i terroristi? È una questione che ritorna di attualità anche in regione, dopo che essa è stata iscritta all’ordine del giorno dell’incontro congiunto dei tre Consigli provinciali di Trentino, Alto Adige e Tirolo previsto per la fine di maggio. Una richiesta, quella della concessione della grazia ad alcuni protagonisti degli anni delle bombe, che, da parte dell’Union di Eva Klotz, è motivata da “ragioni umanitarie”. Anche altre forze politiche auspicano la chiusura di un capitolo della nostra storia con un atto di pacificazione. Non mancano i distinguo e nemmeno le chiusure nette ad ogni ipotesi di riabilitazione, in senso giudiziario, degli ex bombaroli.

Si profilano comunque le posizioni di sempre, le quali si scontrano già sul modo di definire gli uomini condannati, a suo tempo, per aver partecipato ad attentati con la dinamite: essi sono chiamati da un lato “terroristi” tout court, dall’altro “attivisti”, o addirittura “combattenti per la libertà” (Freiheitskämpfer) e “patrioti”.
Lo scenario internazionale certamente non aiuta a fare chiarezza né a voltare pagina. Il terrorismo è un fenomeno quanto mai presente nelle nostre cronache quotidiane. Contro il terrorismo si è recentemente scatenata una guerra in Afghanistan (ma è finita?). Contro i terroristi Sharon sta mettendo a ferro e fuoco le città della Palestina. Il millennio si è aperto con le torri newyorkesi che si sbriciolano sotto i colpi del terrorismo. Sia chiaro: non si vogliono fare paragoni tra le Torri Gemelle e i tralicci nostrani. Eppure è curioso constatare che i terroristi in ogni parte del mondo non amano definirsi tali, quanto piuttosto, appunto, “combattenti per la libertà”: da Manhattan, all’Irlanda, ai mercati di Gerusalemme, si ritiene che il fine giustifichi i mezzi. Ogni mezzo. E qui sta l’equivoco di fondo.
Il rischio, d’altra parte, è quello di generalizzare. I “combattenti per la libertà” operano in contesti molto diversi. Le loro stesse storie sono diverse l’una dall’altra. E i loro obiettivi. Anche per quello che riguarda gli attentati altoatesini, una cosa è quando essi furono diretti contro una statua di Mussolini o contro la tomba di Ettore Tolomei; altra cosa è quando si diressero contro una casa popolare in costruzione, contro una stazione ferroviaria, contro le forze dell’ordine (cioè persone). L’elemento che li accomuna è la volontà di fare politica, in uno stato democratico, con l’uso di mezzi impropri, cioè della violenza. E nulla vieta di pensare che l’attentato omicida sia conseguenza di una violenza innescata con l’aggressione ad un simbolo o, ancora più a monte, da parole di guerra.
Fatto salvo l’enorme valore etico del perdono, esso può avere una ricaduta politica positiva, anche nella forma della grazia, solo nel caso che esso non presti il fianco agli equivoci.
Il primo equivoco è di carattere storico-politico. Ovvero: c’è chi sostiene, con ragioni e con torti, che senza il terrorismo degli anni ’60 non si sarebbe mai arrivati a chiudere positivamente la questione altoatesina. Ora, a prescindere dal fatto che con i se e con i ma non si fa la storia, come ci insegnano fin dalle elementari, l’affermazione è grave. Sarebbe grave, cioè, se l’autonomia fosse figlia degli attentati (a parte il fatto che l’obiettivo degli attentati non era l’autonomia ma l’autodecisione). Affermarlo significa di per sé allontanare dalla condivisione dei valori autonomistici una parte della popolazione. È inoltre come dire che Austria, Italia, l’Europa, le Nazioni Unite non sarebbero riuscite a trovare una soluzione se non sotto la pressione di atti dapprincipio destinati a colpire dei simboli nazionali e più tardi delle vite umane. In realtà è molto più probabile che tali atti abbiano rallentato la chiusura della vertenza ed hanno aperto ferite fino ad oggi non guarite. Così è di ogni violenza.
Il secondo problema è appunto questo: l’idea che per ottenere un obiettivo politico sia in qualche modo lecito (anche se lo si può dire solo dopo quarant’anni) fare ricorso alla violenza. Le conseguenze incontrollabili di questa impostazione sono, mi ripeto, ogni giorno sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. Una cosa è “resistere” con mezzi violenti nel contesto di una dittatura, altra cosa è farlo in uno stato democratico.
La questione della grazia può essere anche una nuova occasione per interrogarsi sulle radici remote della violenza esplosa negli anni ’60. Esse sono da ricercare molto lontano: nelle lotte nazionali di fine ‘800 e di inizio ‘900 all’interno dell’Impero austro-ungarico, nell’epilogo della Grande Guerra, nella politica fascista, negli accordi tra fascismo e nazionalsocialismo, nella gestione dell’autonomia regionale nei primi anni del dopoguerra… È importante cercare di capire le reciproche ragioni.
D’altra parte si può da un lato chiedere clemenza per gli “attivisti” degli anni ’60, con l’idea di chiudere un capitolo di storia, e allo stesso tempo continuare a far pesare più o meno direttamente su tutto un gruppo linguistico le malefatte di Mussolini e Tolomei?
Discutere della grazia agli attentatori dunque non prevede semplicemente un sì o un no. Comporta tanti sì e tanti no. Personalmente ritengo che il perdono, che è atto del tutto gratuito, non debba necessariamente presupporre il pentimento del perdonato. Altro discorso vale per la grazia che ha una valenza politico-giudiziaria. Se coloro che a suo tempo fecero uso della violenza oggi volessero pubblicamente deprecare quella scelta (ma non sono certo gli unici ad avere qualcosa da rimproverarsi, sia chiaro, a cominciare proprio dalle istituzioni democratiche il cui comportamento di allora a tutt’oggi non è esente da ombre), questo sì sarebbe voltare pagina. Perché voltare pagina non vuol dire dimenticare quanto abbiamo letto o scritto nelle pagine precedenti. Infine non si può non tenere conto delle singole situazioni delle persone coinvolte. Generalizzare sarebbe a sua volta una forma di violenza. La politica in ogni caso, anche in questa questioni, può contribuire a che sia fatto un passo in avanti, oppure può rafforzare le ragioni di uno stallo le cui cause stanno tutte nelle rispettive riserve mentali, rispetto alle quali sì sarebbe il caso di voltare pagina.
Una cosa è chiara: oggi più che mai il rifiuto della violenza non deve lasciare spazio ad equivoci.