Alto Adige – 24.5.2002
4600 cittadini di Bolzano hanno sottoscritto la richiesta per il referendum che vorrebbe riportare in piazza della Pace la vecchia denominazione. Ognuno di loro sarà stato spinto da diverse motivazioni, forse anche degne di rispetto come comunque degno di rispetto è il ricorso allo strumento referendario per far valere una propria idea. Detto questo vale la pena che tutti gli altoatesini si chiedano se il referendum in sé ed il suo incerto esito rappresentino un passo in avanti oppure una regressione nel cammino culturale e civile che si svolge faticosamente in questa terra.
La mia modesta opinione è che, soprattutto per il gruppo di lingua italiana, si tratti di un’iniziativa autolesionista. E questo per più motivi.

Si è sentito dichiarare che il nome “piazza della Vittoria” (insieme all’omonimo monumento) è un elemento fondamentale dell’identità degli italiani di questa terra. Se così fosse sarebbe l’ammissione dell’assoluta inconsistenza di questa identità. Non c’è da stupirsi quando i partiti politici, per racimolare un po’ di consenso, fanno riferimento a valori vuoti e senza reale significato. Succede ahimè molto spesso. Che i cittadini cadano nel tranello e si mobilitino per il nulla è già più preoccupante. Chiunque conosca anche solo superficialmente la storia di questa terra sa che quello della “vittoria” è un non-valore, anzi un disvalore capace solo di dividere, di alimentare malintesi e pregiudizi. Un nome, “vittoria”, sicuramente più appropriato per un vicolo cieco che non per la piazza dove la gente si incontra. Se il gruppo italiano ha un po’ di orgoglio della propria storia e un po’ di memoria dovrebbe sapere che le sue vicende non sono legate a vittorie e sconfitte, ma piuttosto a valori positivi come il lavoro, lo sviluppo economico, il contributo culturale, la capacità di dialogo e di integrazione in un contesto plurilingue in cui nessun gruppo ama sentirsi sconfitto e nessun gruppo ha il diritto di proclamarsi vittorioso. Tanto più che dopo le tragedie della seconda guerra mondiale, le guerre di Bosnia e del Kosovo, e i molti conflitti ancora drammaticamente in atto nessuno dovrebbe avere il cattivo gusto di parlare di “vittorie” (per chi non lo sapesse, la vittoria di cui si parla è quella, semplificando, dell’Italia sull’Austria dopo la prima guerra mondiale…).
La richiesta di ripristinare il nome “piazza della Vittoria” ha il sapore di una beffa ai propri danni. Ha paradossalmente il significato della “sconfitta” di chi ritiene forse di non avere null’altro a cui attaccarsi se non un passato che non gli appartiene. Dà il senso spiacevole della povertà culturale.
Le stesse forze politiche promotrici del referendum, anche in caso di “vittoria”, non ne avranno dei benefici se non temporanei. Come potrebbe essere credibile la loro battaglia, ad esempio, contro l’abolizione della toponomastica bilingue (che è iniziativa ben diversa, dignitosa e condivisa) appellandosi al diritto di ogni gruppo a sentirsi a casa in Alto Adige, se poi spendono le loro energie per ripristinare un nome di una piazza chiaramente inviso al gruppo di lingua tedesca e a buona parte di quello di lingua italiana?
Anche i cittadini in generale ne avranno dei danni. Come si può infatti aprire un dialogo sull’istituzione di scuole e sezioni bilingui se non si spazzano via i pregiudizi reciproci alimentati proprio da iniziative come quella in questione?
Naturalmente c’è materia di riflessione anche per i concittadini di lingua tedesca e per i loro rappresentanti politici. Questi ultimi non brillano certo per aver escogitato negli ultimi anni idee che possano rassicurare e dare prospettive positive al gruppo italiano (ci si rallegra che esso non sia sceso sotto il 25%!). Se è vero che molto è cambiato, è anche vero che le voci di chi tra i politici di lingua tedesca spinge alla divisione sono tutt’altro che minoritarie. Ci sono questioni che creano inquietudine nel gruppo italiano e che di conseguenza tengono in scacco ogni ipotesi di sviluppo positivo della vita comune in questa terra.
In ogni caso anche il dibattito sul nome di piazza della Pace può diventare un momento di crescita se nell’uno e nell’altro gruppo in questi mesi si faranno sentire coloro che amano costruire piuttosto che distruggere, andare avanti, piuttosto che impuntarsi sulle proprie presunte ragioni. Sarebbe opportuno uno sforzo di tutti per individuare comuni valori e comuni responsabilità. Ecco alcuni interrogativi: siamo tutti convinti che il plurilinguismo e la pluriculturalità in Alto Adige sono valori positivi da difendere insieme? Oppure crediamo che ognuno debba portare acqua al suo misero mulinello? Siamo convinti che il disagio di un gruppo sia destinato a diventare, a lungo andare, un disagio di tutti? Siamo disposti a depennare dall’ordine del giorno tutto ciò che inutilmente divide (toponomastica, vittorie, altolà arbitrari verso ogni novità positiva ecc.)?
4600 firme in calce ad una richiesta di referendum per riportare il nome della “vittoria” sono anche il sintomo di un malessere (oltre che di miopia politica). Persino lo Stato italiano, il 4 novembre, non celebra più la “vittoria” ma altre cose. Nel resto del Pese quel giorno si ricorda piuttosto, oggi, la fine di una guerra: in altri termini proprio “la pace”. Potrebbe essere la giornata giusta per celebrare il referendum: se vincerà la “pace”, sarà davvero l’inizio della pace; se vincerà la “vittoria”, sarà per tutti un’amara… sconfitta, soprattutto per chi è o si ritiene più debole.