Alto Adige – 18.5.2002
L’opera cui il vescovo Joseph Gargitter dedicò molte delle sue energie tra il 1952, anno della sua consacrazione, e il 1964, fu quella del riassetto dei confini tra le diocesi di Bressanone e Trento. Quest’ultima comprendeva, da secoli, anche le città di Bolzano e Merano, la Bassa Atesina, parte della val Venosta e della val d’Isarco. Bressanone invece aveva oltre confine una buona fetta del suo territorio che, più tardi, andò a formare le diocesi di Innsbruck e Feldkirch.
Nell’ultimo anno e mezzo mons. Gargitter trovò un alleato anche nel nuovo arcivescovo di Trento, mons. Gottardi: “Si riconosce sempre più – confermò Gottardi alcuni anni fa – che è stata un’intuizione felice, in quanto le altre soluzioni prospettate erano tutte quante sbilanciate o per l’Italia o per la parte tedesca… L’unica soluzione era quella che Bressanone, nonostante la sua storia così importante, non fosse più diocesi a sé‚ ma allargasse le tende verso Trento includendo Bolzano e prendendo un nuovo nome. Si era posto fra l’altro anche il problema del nome: ‘Bolzano-Bressanone’ è stata la soluzione giusta perché‚ Bolzano era capoluogo di provincia. Mons. Gargitter prima e mons. Egger adesso considerano Bolzano nella sua giusta valenza, che d’altra parte niente toglie all’importanza di Bressanone”.
La soluzione, che coinvolgeva i due vescovi, il Vaticano ed anche lo Stato italiano, arrivò dunque nell’estate del 1964, dopo il superamento di innumerevoli resistenze.

Nel dare oggi una valutazione sugli avvenimenti che hanno portato alla creazione della diocesi di Bolzano-Bressanone, si può dire che la questione fu affrontata, da parte ecclesiastica, guardando per prima cosa ai motivi essenzialmente pastorali e non a quelli politico-nazionali, come era avvenuto in passato. La soluzione di una diocesi unica per l’Alto Adige all’inizio del secolo era stata concepita per “dividere” una nazionalità dall’altra. Con Gargitter divenne invece la premessa per un lavoro comune tra le diverse comunità linguistiche, secondo l’idea di fondo che l’Alto Adige è una comunità a sé stante, che percorre un cammino comune, pur essendo composta da vari gruppi linguistici. Pertanto, ha la necessità di un unico pastore. Un’idea di per sé rivoluzionaria, soprattutto se pensiamo che è stata formulata all’inizio degli anni ‘60.
Vale la pena inoltre mettere in rilievo il cammino parallelo tra la definizione di due diocesi “provinciali” ed il cammino del Pacchetto, che ha portato allo Statuto di autonomia del 1972, che a sua volta dà maggiori poteri alle province rispetto alla regione. Come ricordò l’allora sindaco Giorgio Pasquali: “L’ultima fase è stata contestuale e in un certo senso propedeutica al Pacchetto. E’ stato considerato anche un fatto politico: è inutile che definiamo questo rapporto con la provincia di Bolzano, se non diamo a Bolzano anche sotto l’aspetto pastorale una definizione dei confini. Anche questo non è che sia stato improvvisato, corrispondeva ad un’aspirazione storica. Non è stato indifferente alla decisione politica di definire la controversia e approvare il pacchetto”. E difatti c’è una coincidenza tra le forze sociali e politiche che hanno appoggiato il nascere e lo sviluppo dell’autonomia altoatesina e coloro che si sono impegnati, a fianco del vescovo Gargitter, per una soluzione anche della questione sul piano religioso. In particolare si tratta di quel gruppo di persone accomunate, almeno in parte, dalla appartenenza al movimento delle ACLI, che hanno trovato poi, al momento opportuno, come validi interlocutori due personaggi di grande spessore come Paolo VI e Aldo Moro, protagonisti indiscussi dell’intera vicenda.
La creazione della nuova diocesi inaugura anche un nuovo stile nel rapporto tra Chiesa e politica: invece che un’intromissione della politica negli affari ecclesiastici, è più evidente il messaggio forte, efficace e, potremmo dire, profetico che la Chiesa manda, in anni caldi, a tutto il mondo politico locale.