50 anni fa l’ordinazione di Gargitter

Alto Adige – 17.5.2002

Sarebbe davvero difficile raccontare la storia recente di questa regione senza fare ripetuti riferimenti alla figura del vescovo Joseph Gargitter. Un personaggio che per la sua coerenza e determinazione ancora oggi, a tanti anni dalla sua prematura scomparsa, risulta ingombrante. Perché è difficile farne un santino di quelli che non danno fastidio a nessuno.

Consacrato vescovo esattamente mezzo secolo fa, il 18 maggio 1952, fu chiamato a raccogliere la duplice pesante eredità lasciata dai suoi predecessori sia a Bressanone che a Trento. La guerra non aveva risparmiato nessuno. Men che meno il vescovo Geisler di Bressanone che era entrato in conflitto col suo clero nel periodo delle opzioni e poi nel periodo dell’occupazione nazista. Debole anche la posizione del suo collega trentino, de Ferrari, a cui in molti non perdonavano le intese, almeno iniziali, con il regime fascista.

Gargitter ebbe l’onere di essere successore dell’uno e dell’altro. Di Geisler nel 1952, come vescovo di Bressanone, di de Ferrari nel 1961 (fino al 1963), come amministratore apostolico di Trento. “Quanto quella decisione – ha scritto mons. Iginio Rogger – era ideata per il puro bene della diocesi tridentina, dovrà ancora riscoprirlo adeguatamente la storia locale, man mano che imparerà a valutare meglio l’intera situazione”. Di fatto, spiega Rogger, “fu insidiato per mesi e mesi da una ostilità sorda l’apostolato di mons. Gargitter a Trento, a cui egli dedicò tempo, energie e attenzioni senza misura”.

Poiché allora la diocesi di Trento comprendeva una buona parte dell’Alto Adige, gli interventi del vescovo di Bressanone ebbero sempre una rilevanza che andava oltre la sua effettiva giurisdizione. E questo in anni tutt’altro che facili. Il primo Statuto di autonomia andava in crisi, così anche i rapporti tra Dc e Svp, tra Italia ed Austria. Scoppiavano le prime bombe. Per la Quaresima del 1960 mons. Gargitter pubblicò la lettera pastorale che riassumeva la posizione della Chiesa nei confronti del problema autonomistico, “Esigenze cristiane dell’ordine sociale in Alto Adige”. “Ci troviamo – scriveva – nelle condizioni di vivere in un paese di confine, nel quale una minoranza etnica è incorporata in uno stato di diversa nazionalità, per cui si presenta la necessità che i due gruppi etnici, eterogenei per lingua e tradizioni, pratichino una convivenza ordinata e pacifica”. E proclamava il “diritto e dovere di ogni popolo etnicamente qualificato di difendersi, proteggere e curare il proprio patrimonio tradizionale formatosi nel divenire dei tempi. Di questo patrimonio fanno parte la propria lingua, civiltà, gli usi e costumi, lo sviluppo delle proprie forme di vita, l’indispensabile spazio vitale e i presupposti che condizionano la continuità della propria esistenza”.

Diritti e doveri delle minoranze e dello Stato, il quale “deve adempiere una insostituibile missione in funzione dell’uomo, e gli vanno riconosciute competenze e diritti indispensabili per realizzare i suoi fini … e  assumersi una funzione tutelatrice e ausiliaria anche delle comunità minori…”

Gargitter ebbe sempre parole chiare anche rispetto all’uso della violenza per il raggiungimento di obiettivi politici: ““Devo insistere presso tutti i cattolici della diocesi e in modo particolare presso i giovani, non essere lecito a nessun cristiano di entrare a far parte di movimenti di azione che intendono far uso di illeciti mezzi di violenza”. Allo stesso modo, nel 1961, in seguito ai maltrattamenti subiti in carcere da presunti terroristi, il vescovo si rivolgeva “alle autorità responsabili dell’ordine pubblico”, perché i detenuti abbiano “un trattamento che corrisponda alla dignità e ai diritti della persona umana…” Gli appelli contro la violenza furono, a partire dal 1963, proposti insieme al nuovo vescovo di Trento mons. Gottardi.

Gargitter diede un contributo importante anche in sede di Concilio Vaticano II. All’inizio degli anni ‘70 indisse uno dei primi sinodi diocesani per dare attuazione alle novità conciliari. Ma in questa sede va sottolineato soprattutto il suo ruolo politico giocato in anni in cui ovunque Chiesa e politica erano legati da un collateralismo che a lungo andare comprometteva la libertà dell’una e dell’altra. Gargitter non fu uomo di ammiccamenti con il potere politico. Perseguì obiettivi di carattere pastorale per il bene del suo “gregge” ben sapendo che le sue parole e le sue scelte avrebbero avuto una ricaduta anche politica. Per questo non ebbe vita facile e per questo ancora oggi fa ombra ai cultori del “vivi e lascia vivere”. Così facendo egli ha ridato dignità al rapporto tra chiesa e politica, considerando entrambe autonome e quindi responsabili.

Le energie che profuse per giungere a far coincidere i territori diocesani di Trento e Bressanone con quelli delle due province ebbero buon esito. Fu un precursore anche in questo, nell’individuare la necessità che altoatesini e trentini potessero lavorare alla costruzione delle rispettive comunità per poi meglio collaborare.

Fu anche duro, rigoroso, inflessibile e apparentemente lontano, eppure capace di ascolto, di individuare consiglieri a volte scomodi perché sinceri, di fare scelte impopolari e dolorose. Un uomo dalle grandi idee, quelle che richiedono, spesso, i grandi passi.

Ha scritto di lui Piero Agostini: “Se l’ho capito abbastanza, quest’uomo, pur tanto amato, ha vissuto con molta intensità, la più grande, forse, delle terrene contraddizioni: quella di conoscere appieno il valore anticipatore dei suoi atti, l’ampio tracciato della loro proiezione temporale, il senso quasi eversivo della loro ispirazione morale avendo, contemporaneamente, la certezza che niente è più misconosciuto, frainteso, qualche volta irriso, dell’atto lungimirante, ancor più se profetico”.

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