La Chiesa senza “don” in Alto Adige

Vita Trentina – 12.5.2002

Le indicazioni per un’assunzione di responsabilità da parte delle singole comunità parrocchiali sono già contenute nei documenti del Concilio Vaticano II. Eppure solo oggi è percepita l’urgenza di uno sforzo di creatività per metterle in pratica. L’urgenza, anche nella vicina diocesi di Bolzano-Bressanone, è data dal calo dei sacerdoti, destinato a determinare in un prossimo futuro seri problemi a cominciare dal settore liturgico. “Molte delle piccole comunità parrocchiali – ha scritto ai suoi fedeli il vescovo Wilhelm Egger nello scorso mese di ottobre, in una lettera pastorale dedicata alla ‘corresponsabilità’ – si pongono anzitutto la domanda sulla celebrazione eucaristica festiva. Con un miglior coordinamento delle celebrazioni, collegato ad una diminuzione del numero delle SS. Messe festive, ciò sembra garantito nella nostra diocesi per i prossimi dieci anni”.

I numeri, nella diocesi altoatesina, sono questi: 280 parrocchie, di cui 226 curate da sacerdoti diocesani, le altre da religiosi. Ma il dato che fa riflettere è un altro. Per 280 parrocchie, le cui dimensioni sono estremamente variegate, ci sono solo 210 parroci. Di questi ben 67 si occupano di due parrocchie, cinque di tre, uno di quattro comunità parrocchiali. I cooperatori sono solo 34. In diocesi sono attivi 11 diaconi permanenti e prestano servizio 7 assistenti pastorali laici a tempo pieno.

Secondo le previsioni, da alcuni ritenute troppo ottimistiche, il numero dei sacerdoti diocesani sotto i 75 anni si ridurrà nel prossimo decennio di quasi il 40%. Questo se annualmente potranno essere ordinati in media almeno due nuovi sacerdoti (e se il buon Dio vorrà mantenere in buona salute tutti gli altri). Per quanto riguarda i sacerdoti appartenenti agli ordini religiosi, anche il loro numero è destinato a calare: del 24%.

Di fronte a questa situazione, peraltro ampiamente prevedibile già da molti anni, la diocesi di Bolzano-Bressanone lancia la sfida della “pastorale della corresponsabilità”. Anche nel campo liturgico. Dice infatti mons. Egger: “La S. Messa domenicale non ha bisogno solo del sacerdote, ma anche di una comunità che partecipa attivamente”.

In questi mesi circola per la diocesi, all’attenzione dei vari consigli pastorali, un documento destinato a raccogliere proposte per il cosiddetto “piano del personale” in cui si vuole affrontare appunto la questione del ruolo dei singoli cristiani nella vita della comunità. Dice ancora il vescovo: “Molte persone, soprattutto nelle comunità piccole, si pongono la domanda se la loro comunità parrocchiale in futuro avrà ancora un parroco in loco. Questa è una domanda importante, ma ancora più importanti sono le riflessioni su come possiamo organizzare una pastorale d’insieme per un servizio gli uni agli altri”. “La comunità ecclesiale ha bisogno di verificare di quali forze dispone per poter andare incontro con nuove condizioni ai bisogni pastorali”. E specifica: “La Chiesa del futuro vivrà non solo per la presenza di quello che noi comunemente chiamiamo il ‘don’, ma vive per l’impegno di tutti noi che possiamo animare la parrocchia e la comunità percorrendo insieme la via della fede. La pastorale riguarda la liturgia, l’annuncio, la carità; essa però abbraccia anche gli ambiti di vita della famiglia, il mondo del lavoro, della cultura, ecc. La caratteristica della comunità parrocchiale del futuro – questo riguarda sia le comunità grandi sia quelle piccole – è la pastorale della corresponsabilità”.

La diocesi, nel documento sul “piano del personale”, individua alcune proposte concrete per una “nuova organizzazione della pastorale parrocchiale”. Il primo strumento è quello delle “unità pastorali”, “per poter impegnare per la pastorale parrocchiale le persone a disposizione nelle singole parrocchie secondo criteri oggettivi e di giustizia”. L’unità pastorale consiste in una parrocchia di grandi dimensioni, in una comunità di parrocchia (che saranno assistite da un unico parroco), o in un’associazione di parrocchie (assistite comunitariamente da più sacerdoti).

Un’altra proposta riguarda l’affidamento della “responsabilità per l’attuazione dei compiti pastorali” a persone o gruppi di persone (il cosiddetto team pastorale di cui esistono già progetti pilota) senza l’ordinazione sacerdotale. Come è ovvio questi laici non potranno svolgere in toto le funzioni del parroco. Pertanto alle parrocchie interessate sarà assegnato un sacerdote con la qualifica di “incaricato pastorale”. Un laico invece potrà avere il ruolo di “responsabile parrocchiale”. Ad esso spetterà una lunga serie di compiti che egli curerà di distribuire a collaboratori adatti e competenti. Si tratta dell’educazione alla fede, della formazione religiosa, della preparazione ai sacramenti, della liturgia; inoltre il responsabile dovrà coordinare il lavoro di tutti, pensare agli aspetti pratici e curare l’amministrazione. Un ruolo non da poco.

Un’altra indicazione è riferita ai diaconi permanenti, persone sposate, con più di 35 anni, al servizio volontario della loro comunità di appartenenza.

Dunque si punta sul coinvolgimento dei laici, sulla “specializzazione” dei sacerdoti, sulla collaborazione più stretta tra parrocchie, senza trascurare naturalmente, come invita a fare il vescovo, di “pregare il Signore perché mandi operai nella sua messe”.

“La pastorale della corresponsabilità ci riguarda tutti. Dobbiamo chiederci: chi è pronto alla collaborazione? Quanto tempo metto personalmente a disposizione? Come suddividiamo il lavoro? Dalla risposta positiva a queste domande dipende il futuro delle nostre comunità parrocchiali”.

La chiave di tutto rimane dunque la riscoperta della “corresponsabilità” di tutti i fedeli, sull’onda di quanto già proposto dal Concilio che, rispetto alla comunità cristiana, aveva voluto spostare l’accento dall’immagine di un gregge passivo fruitore di sacri servizi a quella di “popolo di Dio”.

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