Alto Adige – 19.4.2002
Il fatto che si ritorni a parlare di aprire una casa da gioco a cadenza regolare, ripetendo stanchi e triti ritornelli, è già un segno evidente di scarsa fantasia imprenditoriale. Comunque sia in questi giorni riappare sull’ordine del giorno del dibattito politico l’eventualità di riportare il casinò in quel di Merano. Potrebbe trattarsi di Cortina o di Arco o di una qualche altra amena località alpina: il discorso non cambierebbe. L’obiettivo dei promotori rimane, così pare, quello della promozione dell’economia. Come codificò alcuni anni fa il pomposo programma amministrativo di un partito politico: “I vantaggi sarebbero indubbiamente molteplici ed apertamente palesi non solo per il settore turistico, ma anche per l’intero indotto, attività commerciali in primis”.
Sulla riesumata questione prende ora posizione, a Bolzano, una voce autorevole. Si tratta dell’Istituto per la Giustizia, la Pace e la Salvaguardia del Creato che, su mandato del vescovo, indaga i problemi elencati nella sua ragione sociale e, se è il caso, prende posizione pubblica. Non lo fa col tono moralistico che a volte spegne la portata profetica dei pronunciamenti ecclesiali. Piuttosto l’attenzione è tutta rivolta agli aspetti sociali e culturali. “Sarebbe un’illusione – scrive l’Istituto in una nota – ritenere che ciò semplicemente attirerebbe più turisti a Merano e dunque fungerebbe da volano per l’economia, senza avere delle conseguenze sulla società civile. Dovrebbe invece destare preoccupazione il giro aumentato ed incontrollato di denaro, che può mettere in crisi gli equilibri finanziari di una cittadina come Merano, e potrebbe suscitare un legittimo sospetto di aprire la strada a pratiche non legali di riciclaggio di denaro sporco, frutto cioè di attività e di traffici criminali. Soprattutto però dovrebbe preoccupare il lato sociale: la passione del gioco, che esiste da sempre, miete sempre più vittime nella nostra società”. La presa di posizione ricorda che “vi è stata anche una preoccupata presa di posizione della ‘Consulta antiusura’, un osservatorio che a livello nazionale combatte l’usura, che ha mostrato come molto spesso i debiti contratti al gioco spingono delle persone nelle mani degli usurai”.

Fa specie che un organismo diocesano debba ricordare ad uno Stato laico i valori sui quali si basa la propria Carta costituzionale: “Lo Stato, che dovrebbe essere garante della legalità e che – secondo i dettami della Costituzione – fonda le proprie istituzioni sul lavoro dei cittadini, deve interrogarsi se proprio questa via di promozione della febbre del gioco sia quella adatta per riempire le proprie casse”.
Una Repubblica fondata sul lavoro? Oppure sulle illusioni, sulle promesse e i miraggi? Infatti, riprendendo l’interrogativo iniziale: è davvero fondata la convinzione che una casa da gioco possa portare in una cittadina delle nostre più benessere, più lavoro (in una situazione di quasi piena occupazione…), più opportunità, più bella gente?
Qualche tempo fa fui preso dalla curiosità di verificare altrove i decantati benefici di un casinò (parola, per inciso, che in tempi non lontani – ironia dell’evoluzione linguistica – non portava alcun accento sulla “o” e veniva pronunciata di conseguenza). Chiamai Rino Cossari, allora assessore al turismo di St. Vincent, una delle località che, in Italia, godono del privilegio del tavolo verde. Era stato anche capocassiere della locale casa da gioco aperta nel 1947 (a Merano era esistita dall’aprile del 1939 fino all’ottobre 194a: chiusa dalla guerra). Mi disse che sì, il casinò aveva portato in paese molto “oro”. Ma aggiunse subito: “Oro per un verso, liquame per tutto il resto”. Oro perché si era determinato un notevole introito nelle casse pubbliche. Il centro valdostano si era assai sviluppato, passando presto da duemila a cinquemila abitanti (un bene?). Ma erano cominciati i guai. Intorno alla struttura si era creato subito un giro di “prestasoldi”, che non potevano essere definiti usurai solo perché “la legge considerava usura solo quella nei confronti di persone in stato di necessità e chi gioca non lo è…” Il casinò, dopo i primi anni, aveva ampliato il suo target ed ora era frequentato “dalla grande massa: operai, impiegati, gente normale che gioca con le macchine mangiasoldi”. Gente che gioca poco e perde poco, ma per cui quel poco spesso è già al di sopra delle proprie possibilità.
Conseguenze ambientali, aggiungeva Cossari: “Insopportabile è l’aumento del traffico nel centro del paese (soprattutto di notte) con enormi danni ambientali” (ma a Merano ci sarà sempre qualche tunnel che salverà i cittadini dalla morsa del traffico…). A proposito della notte “va ricordato il giro di prostituzione che si espande nel raggio di dieci chilometri introno a St. Vincent”.
Infine, e qui il ragionamento si fa interessante, c’è una ricaduta di tipo culturale. Diceva l’assessore, ex capocassiere: “Il casinò è diventato il fulcro di St. Vincent. Un tempo si davano importanti premi di giornalismo, di cinema, di economia. Oggi spicca solo la casa da gioco. Accanto, quasi a mo’ di maschera, sono tenute in piedi le terme…”
Le nostre amene cittadine alpine di che cosa hanno bisogno? Di un portafoglio sempre più gonfio, o forse di una maggiore creatività culturale, politica (ed economica)? Personalmente penso che, con più fantasia e coraggio… i vantaggi sarebbero indubbiamente molteplici ed apertamente palesi non solo per il settore turistico, ma anche per l’intero indotto, attività commerciali in primis…