Alto Adige – 29.3.2002
Strano simbolo quello esposto in questi giorni. Azzardato, insolito, quasi blasfemo. Eppure centrale in tutta la cultura dell’Occidente e non solo. Da due millenni. Per noi che siamo schiavi dell’attualità, del tutto e subito, che non concepiamo i tempi lunghi, due millenni sono un tempo che ci sfugge. Un tempo sufficiente, comunque, per assuefarci all’immagine tragica di un uomo inchiodato a due pali incrociati, grondante di sangue, mascherato come un pagliaccio. Strano simbolo. La madre di tutte le contraddizioni. Come del resto è inspiegabile e contraddittorio che quell’immagine assurdamente tragica possa essere divenuta nei secoli e per secoli un segno incancellabile del cammino (verso dove?) della nostra cultura.

Un uomo inchiodato ad una croce di legno, su di un colle della periferia di una città inquieta. Inquietamente santa. Da duemila anni e più. Un uomo solo. Abbandonato dagli amici più cari, anche dal popolo che, pochi giorni prima, ne aveva acclamato l’ingresso in città. Quella massa che oggi osanna e domani condanna. Abbracciato solo dal silenzio di sua madre. Percosso a sangue, sputacchiato, deriso. La farsa di un processo.
Chi è quel cencio appeso ad un palo che si preferisce raffigurare cadavere per non correre il rischio di dover incrociare il suo sguardo? Chi è quel relitto umano che urla l’abbandono di Dio?