Chi se ne frega degli indios huaorani?

Alto Adige – 20.3.2002

C’è un piccolo popolo nelle foreste dell’Ecuador: gli huaorani. Quattro gatti, se misurati secondo i criteri della nostra demografia. Più o meno tremila persone. Vivono di agricoltura itinerante, di caccia e di pesca, muovendosi su un territorio di 6.700 chilometri quadrati. Sento già qualcuno che dice: chi se ne frega? Abbiamo ben altri problemi noi. Beati loro, gli huaorani, che vivono felici nella loro foresta, mentre i nostri quartieri e le nostre città soffocano nello smog, il nostro clima muta di anno in anno in modo preoccupante, la nostra magistratura pone i sigilli al petrolchimico di Gela buttando sulla strada tremila operai. Ecco, di quei tremila operai, semmai, ci può interessare qualcosa, non certo dei tremila indios…

Va bene, chi vuole volti pagina, per chi ha pazienza la farò breve. Da mezzo secolo gli huaorani hanno scoperto che altrove, molto lontano, c’è un mondo “civilizzato”. E non hanno potuto dire “chi se ne frega” anche se probabilmente avrebbero voluto farlo. Il loro rapporto con la “civiltà” si sarebbe evoluto in modo sereno se non fosse stato che, sul loro territorio, fu scoperto il petrolio. Dal Nordamerica si precipitarono le principali compagnie petrolifere, prima tra tutte la Texaco che, dal 1967 al 1992, ha potuto estrarre più o meno un miliardo di tonnellate di greggio dal sottosuolo della foresta amazzonica. Per farlo dovette versare sul terreno qualcosa come 65 milioni di litri di petrolio, che formarono 600 fetidi laghetti neri. Poi se ne andò, avendo venduto ad altre compagnie la licenza di sfruttamento.

La Texaco non la passò del tutto liscia. Un tribunale statunitense la condannò ad un risarcimento di 1,5 miliardi di dollari e alla bonifica di 200 laghetti. Nel frattempo il contenuto delle altre 400 pozze è stato in qualche modo assorbito dal terreno, oggi irrimediabilmente contaminato. Vedete che i tremila huaorani hanno qualcosa in comune con gli operai di Gela? Ad esempio la morte per tumore.

Proprio in questi giorni in Ecuador (il crollo del cui sistema economico e monetario ha preceduto di qualche anno quanto oggi avviene in Argentina) hanno luogo scioperi e proteste contro la costruzione di un oleodotto, considerato deleterio per l’ambiente. Proteste di cui in Germania si ha un’eco notevole, visto che nell’operazione sono coinvolti anche istituti di credito tedeschi. Si dice che l’Amazzonia è il polmone del pianeta. È quasi un luogo comune. Ebbene, l’Amazzonia dell’Ecuador scompare al ritmo del 2,3 per cento l’anno. Grazie anche e soprattutto allo sfruttamento indiscriminato del sottosuolo.

Visto che tutto questo c’entra con le nostre città soffocate dallo smog? Visto che c’entra con i cambiamenti di clima?

L’ultima notizia che riguarda noi e gli huaorani è di questi giorni (la dà l’agenzia brasiliana Adital). Una compagnia petrolifera italiana avrebbe estorto agli indigeni il permesso per costruire (ancora) una piattaforma petrolifera, prolungare un oleodotto, estrarre greggio. Ma come, in Sicilia si chiude e in Amazzonia si apre? Secondo il contratto-burla la compagnia italiana si sarebbe impegnata a far avere alle sei comunità presenti su quel territorio, tra le altre cose, 50 chili di riso e 50 di zucchero, due cubi di lardo, una borsa di sale, un fischietto da arbitro e due palloni da calcio. E ancora: 15 piatti e tazze, un armadio con 200 dollari in medicine. E’ vero, gli indios avranno anche un corso sanitario, una radio, una batteria, un pannello solare (energia alternativa!) e 3.500 dollari per costruire un’aula scolastica…

È questa dunque la globalizzazione? Una lotta impari, a senso unico; una favola crudele di quelle in cui non vincono i buoni… Con una mano, per fortuna, si sottoscrive il trattato di Kyoto; con l’altra per il petrolio (che inquina) si scatenano guerre e si distruggono le grandi foreste pluviali. Qualcuno ha detto, a ragione, che i nostri contadini di montagna sono come dei giardinieri che ci conservano intatto l’ambiente. I tremila huaorani sono i custodi delle nostre più grandi riserve di ossigeno. Il loro futuro è il nostro futuro.

Lascia un commento