A margine di un sondaggio

Alto Adige – 14.2.2002

Diversi sotto lo stesso tetto. Si possono sintetizzare anche così i risultati dell’indagine sul futuro della Regione pubblicati nei giorni scorsi. Le risposte del campione selezionato, come hanno rilevato in molti, conducono a conclusioni comuni su più di un tema. Questo è positivo e persino bello. La Regione va riformata, dice la maggioranza. Gli abitanti di questo spicchio di mondo, inoltre, non sono in nessun caso indifferenti di fronte a concetti come autonomia e autogoverno. E rispetto ad anni fa l’apprezzamento delle istituzioni autonomistiche è sempre più un dato condiviso in modo trasversale. È una cosa fondamentale, se si vuole davvero andare in cerca di una nuova formula regionale. Anche se l’ostacolo più grosso rimane pur sempre quello delle varie riserve mentali con le quali le diverse forze politiche si metterebbero in marcia. Riserve mentali che affondano le proprie radici nella storia ed in un grado molto basso di reciproca conoscenza.

In ogni caso, se il dato che salta agli occhi è il nascere di un sentire comune, è anche vero che il sondaggio fa emergere alcune significative differenze tra i diversi gruppi: in modo particolare tra trentini, altoatesini italiani e altoatesini tedeschi. Per dirla tutta, la nota che stona è spesso quella emessa dai cosiddetti “italiani di Bolzano” (espressione peraltro discutibile). Mentre tutti gli altri affermano che l’autonomia è importante c’è ancor un nutrito gruppo di altoatesini italiani che pensa che la specialità sia un concetto superato. Mentre molti parlano di collaborazione tra le due provincie, tra gli altoatesini italiani è più alta la percentuale di coloro che pensano che con Trento non si debba collaborare ma piuttosto sviluppare una concorrenza tra i due capoluoghi. Mentre la maggior parte si identifica con la terra in cui vive, per quanto riguarda le risposte sull’identità ancora una volta gli “italiani di Bolzano” si differenziano: essi si sentono in primo luogo italiani o tutt’al più europei, solo dopo altoatesini (laddove non si capisce se la tendenza si quella al patriottismo nazionale, al cosmopolitismo o all’apolidia culturale).

Lasciamo perdere i giudizi sulle risposte; mi limito a far notare che il dato che ne emerge è quello della diversità. Siamo diversi, guai a dimenticarsene. Ma è proprio per questo che un ente come la Regione può assumere un nuovo significato nell’Europa delle mille identità. Non solo come ente coordinatore, ma proprio come ente tutore delle diversità, valorizzatore delle piccole identità non più chiuse in se stesse, ma elevate ad un livello più ampio. Almeno più ampio delle singole provincie.

In tutto questo contesto gli altoatesini di lingua italiana sono da un lato il gruppo sociale più debole, più irritabile, più timoroso. D’altro canto proprio per questo possono essere il termometro della situazione. Essi hanno una tendenza alla “trasparenza” e la loro esistenza è stata spesso ignorata sia in casa Volkspartei sia a sud di Salorno (o non è vero?). L’invito è dunque quello ad un maggiore e più serio sforzo di incontro sul piano culturale prima ancora che su un piano politico e costituente. I vari gruppi della Regione, ladini, italiani e tedeschi dell’Alto Adige, trentini, hanno bisogno di conoscere di più l’uno dell’altro. Sull’indifferenza reciproca e sulla diffidenza non si costruisce nulla.

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