Alto Adige – 17.1.2002
Pace o non pace? Questo è il dilemma che, forse, sarà sottoposto ai cittadini di Bolzano con un referendum da celebrarsi nei prossimi mesi. Forse, perché la questione è ancora all’attenzione degli organismi competenti. E non si sa neppure quanti saranno i quesiti, se si limiteranno alla piazza o se andranno a coinvolgere vie, ponti e perfino statue. In ogni caso la questione è seria. Comunque la si pensi su Pace e Vittoria, non bisogna sottovalutare lo scenario che si presenterà nel caso si dovesse andare alle urne. I contenuti e i modi dell’eventuale consultazione avranno non poche conseguenze sul nostro futuro e non solo sul nome di una piazza.

Lo Statuto comunale di Bolzano (lo sappiamo che ogni comune ha un suo statuto?), nell’introdurre la possibilità di indire un referendum consultivo, esclude che esso possa riguardare “atti inerenti alla tutela delle minoranze” (art. 50). Mi sono chiesto perché. Anche lo statuto di Bressanone non ammette “quesiti riguardanti la normativa dei gruppi linguistici”. Lo stesso vale per il comune di Merano: niente “quesiti riguardanti i gruppi linguistici”. Perché, mi domando, la popolazione di un comune non può decidere, democraticamente, anche su questioni che riguardano il rapporto tra i gruppi? La risposta, di per sé, è semplice e affonda le radici nell’esperienza quotidiana di ognuno di noi. Non c’è vera democrazia dove non esistono strumenti di tutela delle minoranze. Di ogni tipo di minoranza. Nel caso di “questioni etniche” l’esperienza insegna che, soprattutto se sale la tensione, si tende a chiudersi su posizioni precostituite. Cioè: io non voto più in base ad un’idea (che posso anche cambiare), ma solo perché sono tedesco o italiano (cioè in base ad un dato che non posso cambiare). In tal caso è ovvio che il gruppo che ha la maggioranza numerica avrà automaticamente la maggioranza politica. Quindi: la minoranza è sempre e comunque destinata a soccombere. Non so se la questione tra piazza della Pace e piazza della Guerra (vittoriosa, ben s’intende) rientri tra i “quesiti riguardanti i gruppi linguistici”. Qualche piccolo dubbio ce l’avrei. Provo ad immaginarmi toni e argomenti della campagna referendaria…
Ma usciamo da Bolzano dove il gruppo italiano è maggioritario. Andiamo in provincia. Se ad esempio domani la questione della toponomastica, dopo essere stata trattata con legge provinciale, fosse sottoposta a referendum, qualcuno si immagina il clima che verrebbe a crearsi?
Tutto questo per dire che la democrazia pura e semplice (la maggioranza vince) non è sempre adatta alla nostra situazione. D’altra parte la ricerca di un’improbabile unanimità porterebbe ad un blocco decisionale che non fa fare passi in avanti. Il compito per tutti sarebbe quello di individuare nuovi strumenti (democratici e trasparenti, è ovvio) per raggiungere il consenso. In questo campo potremmo investire molte delle energie che invece spendiamo in beghe più o meno serie. In questo modo avremmo ancora qualcosa da dire e da dare all’Europa e persino al mondo dove, spesso, per i “quesiti riguardanti i gruppi linguistici” ci si scanna.