Vita Trentina – 6.1.2002
In questi giorni di inizio 2002 s’ode quasi solo il tintinnio degli euro. Tutti gli apparati, da quello burocratico a quello massmediatico, si sono attrezzati da tempo a quest’evento destinato, nelle previsioni, a creare confusione nelle abitudini dei cittadini dell’Unione ma, d’altra parte, a portare grandi vantaggi sul piano economico. Si discute di borsellini, di banconote, di tassi di cambio. C’è curiosità, quasi euforia. I timori della gente sono stranamente limitati ai possibili inganni negli arrotondamenti dei nuovi prezzi, o allo sforzo mentale richiesto per convertire le lire in euro.
C’è un aspetto che rimane in secondo piano. In pochi piangono la scomparsa della lira. Eppure è stata moneta nazionale per quasi un secolo e mezzo. Forse le campagne di informazione e propaganda hanno funzionato bene. Forse sotto sotto tutti intuiscono l’importanza della scelta di adottare una moneta unica europea. Ma quando mai basta essere convinti dell’utilità di una cosa per aderirvi pressoché senza riserve? A quanto pare succede. Mi viene da pensare che allora, nel nome del bene comune, possono avvenire dei cambiamenti, anche importanti, persino a livello istituzionale. In realtà, allora, non siamo condannati all’immutabilità. Possiamo compiere, in piena coscienza, passi in qualche nuova direzione. Cambiare per cambiare non ha senso. Si finisce, come scrisse qualcuno, per cambiare tutto allo scopo di non cambiare niente. È uno dei vizi della politica ad ogni latitudine. Questa volta però il cambiamento c’è ed è palpabile. Ce lo portiamo nel borsellino, riguarda tutti, richiede ad ognuno un piccolo sforzo.

Come sarebbe bello se questa nostra capacità di cambiare (perché ormai abbiamo dimostrato di essere capaci, non possiamo più negarlo…) andasse oltre la nuova moneta. Ad esempio se ci allenassimo ogni giorno ad assumere la disponibilità al perdono, e non la voglia di vendetta, come stile di relazione con le altre persone. L’istinto spontaneo, scrive il papa nel messaggio di inizio anno, è quello “di ripagare il male col male”. Ma, passatemi la battuta, ora che sappiamo ripagare le lire con gli euro, saremo capaci di dare perdono in cambio di offesa? Perdono, certamente, non inteso come sinonimo di debolezza, di rimozione, di tolleranza dell’ingiustizia. Anche in campo sociale, dice il papa, il perdono dà la speranza di poter ricominciare, di poter continuare il cammino, di poter ancora crescere. Uno sguardo al Medio Oriente e ai rancori che lo dilaniano ci può far intuire il peso di questo invito. Il perdono non è del debole ma semmai del lungimirante: esso “comporta sempre un’apparente perdita a breve termine, mentre assicura un guadagno reale a lungo termine. La violenza è l’esatto opposto: opta per un guadagno a scadenza ravvicinata, ma prepara a distanza una perdita reale e permanente”.
Il tintinnio degli euro, che un po’ ci stordisce in questi primi giorni dell’anno sia di buon auspicio: è il segno che cambiare si può. In meglio.