Vita Trentina – 27.1.2002
Se è vero che l’approvazione della nuova autonomia regionale, entrata in vigore esattamente trent’anni fa, è un atto di carattere politico e istituzionale, è altrettanto vero che anche la Chiesa locale e i suoi pastori, a nord e a sud di Salorno, non furono semplicemente spettatori dell’intera vicenda. “La Chiesa – disse il vescovo Gargitter in un’intervista retrospettiva del gennaio 1970 – ha sempre avuto sommo rispetto per le competenze dei politici … ma ogni qual volta ha potuto incoraggiare e sostenere ipotesi di pace non si è mai tirata indietro”.
Già nel 1945 l’allora vescovo di Bressanone Geisler (il cui atteggiamento usciva segnato e compromesso dagli anni dei difficili rapporti con i regimi fascista e nazista) si era fatto portavoce di parte del clero e della popolazione locale in questioni politiche chiedendo agli alleati di prendere in considerazione il ritorno dell’Alto Adige all’Austria. Le cose erano andate diversamente e nel 1946 Alcide Degasperi ed il ministro austriaco Gruber avevano firmato a Parigi l’accordo che, premesso il mantenimento del confine al Brennero, prevedeva l’introduzione di un’amministrazione autonoma per la regione. Come ricorda mons. Rogger, che molti anni dopo ebbe modo di raccogliere la testimonianza di Gruber, si riteneva che il rispetto delle minoranze sarebbe stato più realizzabile se all’autonomia altoatesina si fossero associati anche i trentini che a loro volta avevano sperimentato quanto costa lottare per l’affermare la propria identità etnica. Ma la situazione non era evoluta esattamente così e presto il primo statuto di autonomia, entrato in vigore nel 1948, andò in crisi in quanto da Bolzano si contestava la gestione “trentocentrica” dell’autonomia fondata più sulla regione che non sulle provincie.
La chiesa di Trento, da parte sua, favorì il crearsi di istituzioni ecclesiali specifiche per la parte altoatesina della diocesi che allora comprendeva Merano e Bolzano (sezioni della Poa, dell’Azione cattolica, delle Acli…). Nel 1948 mons. Josef Kögl fu nominato vicario generale per la parte tedesca dell’arcidiocesi. Nel 1956 mons. Heinrich Forer fu nominato vescovo ausiliare di Trento con sede a Bolzano.
Nel frattempo (1952) Joseph Gargitter era diventato il nuovo vescovo di Bressanone. Ma politicamente, si diceva, la situazione andò degenerando. Nel 1956 l’Austria contestò formalmente la mancata attuazione dell’accordo di Parigi. L’anno dopo, con l’adunata di Castelfirmiano, fu lanciato il “Los von Trient” (via da Trento) col quale si chiedeva una correzione dell’autonomia in favore delle realtà provinciali. Nel gennaio 1959 la Svp si ritirò per protesta dalla Giunta regionale e negli anni successivi la questione approdò davanti alle Nazioni Unite che invitarono Italia ed Austria a sedersi al tavolo delle trattative.
Questione politica, ma dai risvolti religiosi. Così l’11 giugno 1961, quando la festa del Sacro Cuore si trasformò nella spettacolare “Notte dei fuochi” in cui furono fatti saltare un’infinità di tralicci dell’alta tensione e ci fu pure la prima vittima del terrorismo sudtirolese.
In quei mesi in molti cominciarono a guardare al vescovo Gargitter come all’autorità morale che potesse dare l’impulso per una soluzione pacifica della vertenza.
Stato e minoranze
Nella sua lettera pastorale del 1960, intitolata “Esigenze cristiane dell’ordine sociale in Alto Adige”, aveva affermato: “Lo Stato deve adempiere una insostituibile missione in funzione dell’uomo, e gli vanno riconosciute competenze e diritti indispensabili per realizzare i suoi fini”. Tra le altre cose lo Stato “deve assumersi una funzione tutelatrice e ausiliaria anche delle comunità minori…”. E continuava: “Non possiamo però tralasciare di ricordare che anche i singoli cittadini di uno Stato, come pure le collettività di minoranza etnica comprese entro i confini di uno Stato, sono obbligati a dei doveri verso lo Stato. Se per lo Stato vale il principio della sussidiarietà, per loro vale quello della solidarietà … Tutti sono investiti di responsabilità e sono impegnati nei confronti dello Stato, il singolo, la famiglia, il comune, i gruppi etnici, e nessuno può evadere dalla comunità dello Stato”. E rispetto alle azioni violente: “Devo insistere presso tutti i cattolici della diocesi e in modo particolare presso i giovani, non essere lecito a nessun cristiano di entrare a far parte di movimenti di azione che intendono far uso di illeciti mezzi di violenza”.
Nomine e confini
Anche dal Vaticano si guardava con preoccupazione alla situazione ed il papa Giovanni XXIII, conoscitore della realtà regionale, fu artefice di alcuni atti che vanno letti nell’ottica di dare alla Chiesa locale un ruolo che sia politico, nel senso alto del termine, ma al di sopra delle beghe partitiche. In questo senso vanno viste le nomine di mons. Gargitter ad amministratore apostolico di Trento (febbraio 1961) e, più tardi, l’elezione di mons. Gottardi (un “esterno”) ad arcivescovo. Entrambi i presuli saranno i protagonisti della ridefinizione dei confini diocesani, fatti coincidere, nell’agosto 1964, con quelli delle provincie. Un provvedimento di tipo pastorale, ma anche un messaggio ed un incoraggiamento nel senso della nuova autonomia che si stava costruendo all’interno della “Commissione dei 19” e nei rapporti tra Austria e Italia.

Scriveva mons. A. Gottardi in un promemoria per Paolo VI dell’autunno 1963: “E’ da sperare con legittimo fondamento che la Santa Sede porterà in tal modo (intervenendo sui confini, ndr.) un efficace – e per certi aspetti decisivo – contributo alla costituzione in Alto Adige di una comunità serena, pacifica, ed esemplarmente cristiana: e che, di riflesso, non mancheranno, non solo in Italia e in Austria, ma anche in sede internazionale, benefici effetti di distensione e di sollievo, atti a testimoniare ancora una volta la materna saggezza della Chiesa”.
“Pace ancora da conquistare”
“Mi pare di dover affermare – disse mons. Gargitter a cose fatte – che la Chiesa, locale, in questi anni difficili e a volte anche estremamente duri, è stata presente sul terreno della pacificazione etnica anzitutto attraverso un magistero pastorale che è stato chiaramente impostato a obiettivi di pace e convivenza”. E aggiungse: “Ci sono state anche ore buie di intolleranza e di violenza. Proprio in quei momenti si è potuto misurare il ruolo della Chiesa locale”.
Ma lo stesso vescovo Gargitter, nel 1970, invitava caldamente a non considerare mai la pace un obiettivo raggiunto una volta per tutte “Sono profondamente convinto che la pace è una realtà da conquistare ogni giorno. Credo ad una pace dinamica da reinventare ogni giorno, in rapporto alle situazioni nuove che si presenteranno”.
Parole attuale anche dopo trent’anni.