Il Segno – 22.12.2001
Cari lettori, abbiamo percorso insieme un cammino di quasi nove anni ed ora è giunto il momento dei ringraziamenti e di qualche rapida spiegazione.
Innanzitutto grazie. Lo dico a voi e lo dico a vostro nome. Chi ha dato una mano alla riuscita dell’impresa infatti lo ha fatto per tutti noi.
Dico grazie ai collaboratori. Siete tanti e fare dei nomi è impossibile. C’è chi ha scritto (o disegnato) ogni settimana, chi una volta al mese, chi ogni tanto. C’è chi ha battuto i testi, chi li ha corretti, chi ha diffuso il giornale nei vari ambiti. C’è chi, come i colleghi degli altri settimanali diocesani (un grazie particolare a quelli di Vita Trentina), ci è stato vicino e di supporto per le questioni più diverse con senso di gratuità e amicizia.
Tutti insieme abbiamo contribuito, sia pure per poco e con poco, a costruire pace, convivialità, a creare occasioni di dialogo e di incontro, a sviluppare idee e riflessioni che hanno avuto una ricaduta sul tessuto sociale e nella comunità.
Un grazie a tutti per il vostro spirito di servizio ed un invito a continuare a collaborare anche con il nuovo anno.

Dico grazie ai lettori. Vi ho sempre considerati il mio vero editore. Siete voi infatti il fine, l’obiettivo ultimo di tutti coloro che scrivono e lavorano per un giornale. Siete i destinatari dei nostri messaggi e allo stesso tempo i nostri critici più graditi. È per voi che ho sempre considerato mio dovere far uscire il giornale nei tempi prefissati, pur tra i problemi tecnici e organizzativi, personali o di salute. Grazie, e anche a voi l’invito a continuare a leggere il settimanale.
Dico grazie all’insuperato don Giorgio Cristofolini. Ogni anno ho fatto tappa da pellegrino nel piccolo cimitero di Vigo Cavedine e so che lui ci è stato sempre vicino in tutti i momenti di entusiasmo e di difficoltà.
Dico grazie anche a coloro che hanno manifestato dissenso per le nostre scelte, che hanno discusso le idee e le prese di posizione. Hanno contribuito a dimostrare che ci possono essere orientamenti diversi e che se ne può parlare serenamente. Non parlo dei “critici per professione” il cui intervento è spesso sterile, perché a guardare le cose dall’alto forse se ne vede di più, ma se ne ama di meno. Ci sono pure quelli che hanno ritenuto di doverci togliere con diligenza zelante le molte pagliuzze che ci troviamo negli occhi. Un grazie anche a loro e auguri per la loro trave…
Dialogo e comunicazione
I mezzi di comunicazione sociale che nascono all’interno delle comunità cristiane sono talenti che si possono investire o nascondere sotto un sasso e far vivacchiare.
Essi offrono, se ben gestiti, enormi possibilità. In una chiesa in cui il clero è in costante calo, consentono di moltiplicare le voci e di arrivare ovunque. In una chiesa in cui i fedeli praticanti sono sempre meno, hanno la possibilità di rivolgersi sia ai vicini che ai cosiddetti “lontani”.
Se obbediscono a certi criteri di laicità, favoriscono il dialogo e l’incontro tra persone con impostazioni ideali diverse, cosa che è la norma in una società pluralistica.
Non penso che i mass media ecclesiali vadano usati come strumento di potere per l’autoaffermazione di una chiesa chiusa in difesa, su posizioni aggressive e polemiche, come organo di propaganda di un’improbabile nuova civiltà cristiana…
Invece, una chiesa che ha tra i suoi compiti fondamentali quello dell’annuncio della Parola e della Buona Notizia, non può non vedere nei mezzi di comunicazione enormi possibilità per entrare in contatto con tutti.
Il Segno è stato per me un’eredità preziosa. Indipendentemente da chi lo dirige, è un “gioiello di famiglia” e mi sorprende che ogni tanto a qualcuno venga la tentazione di “svenderlo” (ma questo genere di patrimonio umano non ha prezzo…).
Verso dove?
Ci siamo spesso chiesti quale fosse la migliore linea editoriale per un settimanale come Il Segno. La risposta l’aveva già data chi ci aveva preceduto: lavorare per la pace, contro i nazionalismi, dando voce a chi non ha voce, far sì che questa terra diventasse casa accogliente per tutti… Parole niente affatto scontate.
Porsi interrogativi sulla linea editoriale da seguire in un settimanale diocesano può essere “rischioso”. Infatti la prima domanda che viene da porsi è questa: se il settimanale è espressione di una comunità diocesana, questa comunità cristiana che vive in Alto Adige, dove sta andando? Quali sono i suoi obiettivi? Quali le sue mete? Come intende raggiungerle?
Sono domande che spesso mettono in seria crisi tutto l’apparato pastorale di una diocesi, per questo sono fastidiose, scomode ma necessarie. Il fatto di porle è stato un primo importante contributo che chi ha lavorato con noi ha dato alla crescita della comunità.
Sulla frontiera
La linea di un giornale si riconosce anche dal luogo da dove parte la voce. Abbiamo detto che per noi il settimanale è una voce sulla frontiera. In che senso? Nel senso che la parola, anche quella scritta, per farsi udire non può stare “dentro”, al chiuso. Chi parla chiuso tra quattro mura, non comunica. Può urlare, ma nessuno lo sente. Per entrare in comunicazione deve recarsi sul confine tra sé e l’altro, impararne il linguaggio, adeguare il proprio codice. Sulla soglia, dunque, oppure sui tetti, tra il cielo e la terra, sul confine tra Chiesa e mondo, sul confine tra fede e dubbio…
È lì la posizione di chi intende operare in uno stile di laicità…
Ecco dunque l’idea della frontiera. Non è che i cristiani impegnati nei mass media, stando sulla soglia, non siano né dentro né fuori. Essi sono “sia dentro che fuori” (sono nel mondo ma non sono del mondo).
Ho fatto spesso questa esperienza. Quella di vedere qualcuno per cui i mass media ecclesiali dovessero dare fastidio il meno possibile. Si vorrebbe che i media ecclesiali si limitassero a parlare alla chiesa della chiesa. Così ci si rifugia in quello stile autoreferenziale che taglia fuori la comunità dai problemi del mondo e allontana il mondo dalla comunità. È importante invece non dimenticare mai che la Chiesa (ed anche il suo settimanale) è per il mondo e non viceversa.
Uno, nessuno, centomila motivi
Mi hanno chiesto in molti come mai ho deciso di lasciare la direzione del Segno. I motivi sono molti e diversi tra loro. Uno, nessuno, centomila motivi. Ne dico uno? Era il tempo di farlo. Cambiare, a certe condizioni, fa sempre bene e spero che sia questo il caso anche per il nostro amato settimanale. Da parte mia c’è da un lato la coscienza di avere fatto del mio meglio e di lasciare un giornale cui molti guardano con prospettive positive. C’è anche la convinzione che ora altri possano proseguire meglio il cammino intrapreso. E c’è il bisogno, per me, di nuovi ritmi.
Auguri di buon servizio
A chi viene non do consigli ma faccio tanti auguri di buon lavoro. Anzi, di buon servizio, perché questo è un lavoro da fare “con il grembiule”, come ci insegnò don Tonino.
Gli auguro di trovare sempre la chiarezza necessaria nell’interpretazione dei ruoli caratteristici di un’azienda editoriale. Di non scontrarsi con quegli atteggiamenti “clericali” che hanno il limite di non saper valorizzare appieno la professionalità degli operatori.
Di non trovarsi nella situazione, in cui le considerazioni di carattere economico debbano prevalere su quelle di carattere pastorale.
Di far passare l’idea che il settimanale è una piccola azienda editoriale, da gestire con una mentalità imprenditoriale, non certo appiattita sul mercato, a criteri razionali di diffusione, di promozione e di sostentamento.
Gli auguro di non sentire la mancanza, soprattutto per la parte italiana che ha sue esigenze e suoi problemi specifici, di un’idea-azione pastorale con la quale potersi identificare settimana per settimana. Di non dover provare la sensazione che la comunità non sappia esattamente cosa fare con i media (e con gli altri “talenti”) che ad essa fanno capo con la conseguenza di una non sempre fruttuosa “navigazione a vista”.
Gli auguro di non trovarsi impantanato nei cosiddetti “tempi della Chiesa”, non adeguati rispetto ai tempi della notizia, al susseguirsi degli eventi, alla necessità di una presenza tempestiva nel mondo e per il mondo (anche se non “del” mondo).
Insomma gli auguro di operare in un ambiente in cui i mass media siano visti per quello che sono: una risorsa e non un problema.
Al di là di tutto questo, che può certo pesare sulla serenità di chi lavora gli auguro di saper inseguire, più che la notizia, i segni dei tempi.
Servi inutili
Personalmente in questi anni ho imparato molto. Vi ho detto tante cose e forse per me è il momento più dell’ascolto che della parola (ho detto forse… ho tante cose ancora da raccontare, per chi vuole). Quello che ho fatto lo abbiamo fatto insieme, fedeli gli uni gli altri. Ecco, forse siamo stati più attenti alla ricerca della verità che non al rispetto dell’autorità… Forse un po’ rompiscatole, avendo cercato di dire sempre: sia pure col tono adatto ad un settimanale diocesane, quello che c’era da dire…
In molti mi hanno ringraziato. Grazie di che cosa? Abbiamo fatto solo quello che dovevamo fare (cfr. Lc 17,10). Da bravi servi inutili. Inutili ma non sciocchi.
Tanti auguri sinceri a tutti.